Processo Regeni: chiesti un ergastolo e tre condanne a 17 anni
Valentina Stella Dubbio 24 giugno 2026
Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione: è la richiesta fatta ieri al termine della requisitoria nell’aula bunker di Rebibbia dalla Procura di Roma nei confronti di quattro agenti della National Security Agency egiziani accusati del sequestro, della tortura e dell’omicidio di Giulio Regeni, trovato morto al Cairo nel 2016. I banchi degli imputati sono vuoti ovviamente, ci sono solo i loro legali, perché l’Egitto non ha mai voluto collaborare e farli rintracciare. Se la diplomazia fallisce, in nome anche di importantissimi interessi economici, tocca alla magistratura cristallizzare una “verità”. Per primo ha preso la parola il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: «Il processo che oggi arriva a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi» da parte delle autorità egiziane. «Giulio è morto dopo atroci sofferenze. Pugni, calci, bastonate, trascinamento del corpo e bastonate alle piante dei piedi. Ha sopportato tutto lucidamente, senza essere sedato, narcotizzato e senza alcun sollievo». «Gli abbiamo dato il colpo di grazia», si sarebbero detti tra loro gli imputati parlando di Regeni. Durante i vari passaggi è stata mostrata l'autopsia (soprattutto radiografie) sul corpo del giovane ricercatore friulano, che ha restituito le immagini di un quadro definito «devastante», con la complicità delle autorità egiziane. «E su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. Ha scelto di proteggere gli aguzzini e di non chiamare a rispondere i propri funzionari per le atrocità commesse», ha spiegato ancora il magistrato. Colaiocco ha ricordato come i medici legali egiziani avessero individuato soltanto una frattura al braccio destro. Gli accertamenti svolti in Italia, invece, ne avrebbero documentato venti: cinque a carico dei denti e quindici delle strutture ossee. Un dato che, per l'accusa, evidenzia la gravità delle sevizie subite. La Procura sostiene inoltre che le lesioni sarebbero state provocate a più riprese, in quanto Giulio Regeni sarebbe stato interrogato, picchiato, e sottoposto a tortura per una settimana. «Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l'esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia» ha affermato ancora Colaiocco. «Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell'uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero». Altra sottolineatura importante del pm è stata quella per cui Regeni non fosse una spia. «Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione - ha spiegato -. Ciò vale per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Maha Abdelrahman prima della partenza per il Cairo; per le relazioni attribuite alla professoressa con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence britannici, relazioni rimaste sul piano della mera illazione; per l'assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio Regeni e i servizi di intelligence del Regno Unito». «Questo processo grazie alla Consulta e alle nostre norme si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie. Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto» ha aggiunto il procuratore capo Francesco Lo Voi. Com’è noto infatti a seguito della sentenza n. 192 del 2023 della Corte costituzionale il processo per il delitto di tortura può essere celebrato anche in assenza dell’imputato quando la mancata cooperazione dello Stato estero rende impossibile dimostrare la conoscenza del processo da parte dell’accusato. La Consulta, con una sentenza problematica per le deroghe che introduce al giusto processo, ha ritenuto che l’ostruzionismo dello Stato di appartenenza non possa tradursi nella paralisi definitiva della giurisdizione italiana. «Non c'è stata alcuna collaborazione dell'Egitto, non sono state rispettate una serie di convenzioni internazionali», ha poi concluso. Oggi parola alle parti civili. L'avvocata Alessandra Ballerini si è detta emozionata: «Aspettiamo questo momento da dieci anni». Poi le difese. La sentenza è attesa dopo l'estate.
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