La responsabilità penale è personale

 Valentina Stella Dubbio 2 luglio 2026

«Chiediamo che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza un principio che appartiene alla tradizione giuridica europea e alla nostra Costituzione: la responsabilità penale è personale. Difenderlo significa difendere lo Stato di diritto. La fiducia nelle istituzioni, nella magistratura e nell'impresa passa anche dal rigoroso rispetto di questo principio». È l'appello sottoscritto da oltre 250 persone tra imprenditori, dirigenti di azienda, esponenti del mondo della cultura ed ex politici di primo piano, pubblicato come pagina a pagamento ieri sui quotidiani 'Repubblica' e ‘Sole 24 ore’. Promossa da ‘Partecipazioni Italia’, società del Gruppo Webuild, leader nella costruzione delle grandi infrastrutture complesse in Italia, l'iniziativa arriva dopo la condanna definitiva di Mauro Moretti, l'ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e Rfi ora in carcere a Orvieto per la strage di Viareggio, benché nel testo non ci sia nessun esplicito riferimento alla vicenda. «Le tragedie che hanno segnato il nostro Paese hanno provocato dolore profondo e meritano rispetto, memoria e giustizia. Ma proprio perché la giustizia è un valore essenziale della nostra democrazia, essa deve restare saldamente ancorata ai principi dello Stato di diritto» recita l'appello che vede tra i firmatari tra gli altri Pietro Salini, Emanuele Orsini, Luciano Violante, Paola Severino, Renato Brunetta, Paolo Scaroni, Fabrizio Palenzona, Chicco Testa, Renato Scognamiglio, Vito Gamberale, Massimiliano Fuksas, Stefano Pontecorvo. La responsabilità penale «non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse- si legge ancora nel testo- Nelle grandi imprese, pubbliche e private, le decisioni sono affidate a strutture articolate, competenze specialistiche, procedure, controlli e responsabilità distribuite. Per questo l'accertamento della responsabilità individuale deve fondarsi sempre sui fatti, sulle condotte concretamente poste in essere, sui poteri effettivamente esercitati e sul nesso causale, mai sulla sola funzione ricoperta. Diversamente, il rischio è quello di introdurre, di fatto, una forma di responsabilità oggettiva incompatibile con i principi fondamentali del nostro ordinamento». «È una questione che riguarda tutti- concludono i sottoscrittori- Non soltanto chi oggi guida imprese e organizzazioni, ma la qualità dello Stato di diritto, la certezza del diritto, la competitività del Paese e la capacità di attrarre persone competenti ad assumere responsabilità sempre più complesse». La questione sollevata dalla sentenza di Cassazione di qualche giorno fa è proprio questa: fino a che punto si estende la responsabilità penale dei vertici aziendali? Su questo si stanno interrogando in questi giorni i giuristi in attesa delle motivazioni in merito alla decisione che ha condannato per disastro ferroviario colposo a cinque anni di carcere Moretti. C’è chi come l’avvocato Raffaele Caruso sul ‘Manifesto’ ritiene che la sentenza sia un approdo fondamentale: «Mauro Moretti non è stato condannato per non aver controllato il vagone che deragliando ha causato l’incendio, ma perché nel suo ruolo di amministratore ha strutturato e avallato un’organizzazione incapace di esigere, per i vagoni forniti da società estere come quello che ha causato l’incidente, il tracciamento di tutte le attività di manutenzione con un livello di rigore analogo a quello osservato per i vagoni italiani». Da questa interpretazione, tuttavia, per l’avvocato Vittorio Manes, come riferito sul Sole 24 ore, «l’effetto che può generarsi è, all’opposto, quello di una attrazione centripeta verso il vertice di responsabilità gravosissime, addebitate anche in assenza di condotte concretamente esigibili, in capo a chi deve occuparsi, anzitutto e soprattutto, di profili diversi, come le scelte di indirizzo politico ed economico del gruppo». Accanto al tema strettamente giuridico resta quello legato alla aspettativa sociale della condanna simbolo da rintracciare soprattutto nel vertice aziendale, in colui che detiene il potere maggiore. E l’iperbole di questo bisogno collettivo è tutta rintracciabile in un'immagine satirica di Mauro Moretti, vestito da carcerato a strisce bianco e nera e con una palla incatenata a un piede e con dietro un cartello con su scritto ‘benvenuto in Siberia’ - comparsa qualche sera fa su dei manifestini di cartone mostrati nel corso delle iniziative che hanno ricordato a Viareggio la strage ferroviaria del 29 giugno 2009, che causò 32 morti, numerosi ustionati e ingenti danni. Il disegno satirico aveva come didascalia la frase «I have a dream». Ma chissà che non sia un incubo giuridico quella condanna.

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