Intervista a Michela Di Biase
Valentina Stella Dubbio 25 luglio 2026
Michela Di Biase, capogruppo del Partito democratico in Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, che ne pensa del ddl “anti-maranza”?
È un altro tassello dello smantellamento del sistema della giustizia minorile italiana, un modello di riferimento anche a livello internazionale che questo Governo sta demolendo a colpi di decreti sicurezza. Il punto è semplice: si vuole superare la specificità del nostro ordinamento, fondato sulla valutazione caso per caso della capacità di intendere e di volere del minore, tenendo conto del suo percorso di crescita, della maturità e della concreta capacità di comprendere il significato delle proprie azioni. Con questo provvedimento si introduce invece una presunzione di capacità tra i 14 e i 18 anni. È una scelta ideologica perché hanno fallito sulla vera risposta che servirebbe: sostegno alle fragilità, percorsi di inclusione sociale, investimenti nell’educazione e nella riduzione delle diseguaglianze.
Per la Meloni questa norma “colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i propri affari ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla”.
Meloni ormai insegue Vannacci in questa gara scellerata a chi propone misure più repressive, le sue parole dimostrano la volontà – realizzata con questo ddl – di equiparare i minori agli adulti. Ma i dati richiamati ieri anche da Save the Children, sulla base delle statistiche del Ministero della Giustizia, mostrano un andamento opposto: le sentenze di non luogo a procedere per immaturità dei minori tra i 14 e i 18 anni sono diminuite da 256 nel 2004 a 60 nel 2024. Questo dato ci dice una cosa molto chiara: la loro proposta viene raccontata come una risposta ai reati minorili, ma interviene su un istituto che, secondo le statistiche ufficiali, è già applicato in misura residuale. Insomma, è la solita propaganda. Se davvero si volesse affrontare la questione della violenza giovanile, la risposta andrebbe costruita dentro il tessuto sociale del Paese.
Come?
Bisognerebbe aumentare il numero degli educatori di strada, i servizi sociali territoriali, i centri di aggregazione, il sostegno alle famiglie e gli uffici della giustizia minorile. Tutte proposte che il Pd ha avanzato in questi anni. Mi rendo conto che sono interventi meno visibili di una nuova fattispecie di reato, magari non aiutano a costruire una propaganda di governo, ma aiuterebbero nel vero obiettivo che deve avere lo Stato: intercettare il disagio prima che si manifesti in azioni criminali.
Per Nordio si tratta del “tassello finale di una serie di provvedimenti, a partire dal decreto Caivano, adottati in seguito all’aumento della delinquenza minorile”.
È una ricostruzione smentita dai dati del Ministero. Nel 2023 i reati commessi da minori erano diminuiti del 4%. Dopo il decreto Caivano, approvato a fine anno, i dati successivi registrano invece un nuovo aumento. Questo è il punto: la linea repressiva non sta producendo i risultati annunciati.
L’agenda della maggioranza si è trasformata in una gara al sorpasso di Vannacci?
Questo è il vero punto politico: è in corso una gara, tanto scellerata quanto pericolosa, a chi corre più velocemente verso destra. Nel frattempo, però, si dimentica il Paese reale. La propaganda della maggioranza continua ad accanirsi contro le persone più fragili, alimentando esclusione e disagio sociale, invece di affrontare le emergenze che riguardano milioni di cittadini. L’Italia è ferma: aumentano le persone in povertà, peggiorano gli indicatori sulla presa in carico sociale e sanitaria e sempre più famiglie fanno fatica persino a riempire il carrello della spesa. Per spostare l’attenzione da questi problemi, il Governo costruisce ogni giorno un nuovo caso politico o mediatico, alimentando polemiche e divisioni invece di dare risposte concrete alle difficoltà che vivono i cittadini.
Ricordiamo che questa maggioranza ha dato vita a sei decreti sicurezza. Qual è il filo che accomuna queste leggi?
È questa logica securitaria che serve ad alimentare una narrazione che non coincide con i problemi veri del nostro Paese. Ricordiamoci da dove siamo partiti, il decreto rave. Li hanno raccontati per settimane come l’emergenza da risolvere, ma quel nuovo reato – ad oggi – ha prodotto solo otto persone a processo e zero condanne. Dopo quasi quattro anni di Governo Meloni, la sicurezza resta il grande paradosso dell’Esecutivo: è il tema su cui ha investito di più in termini di norme e nuovi reati, ma quello su cui gli italiani – sondaggi alla mano - si sentono meno rassicurati. Se la percezione di insicurezza rimane così elevata è per un fatto semplice, su cui abbiamo cercato di insistere in questi anni in Parlamento, ovvero che la sicurezza non si costruisce solo con il codice penale, con l’aumento dei reati.
Sul campo c’è anche la proposta della deputata di Forza Italia Marta Fascina che vorrebbe abbassare l’età dell’imputabilità a 13 anni. Che ne pensa?
È una proposta irricevibile, un’autentica aberrazione giuridica e culturale. Mi chiedo come sia possibile che un partito che si definisce liberale possa mettere in discussione uno dei principi cardine della giustizia minorile. Purtroppo è il segno dei tempi: ormai è una gara continua a chi si spinge più a destra, fino a rincorrere le posizioni di Vannacci. Ma così non si rende il Paese più sicuro: si smantella un sistema che ha fatto dell’Italia un modello riconosciuto a livello internazionale.
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