Roggero: scontro Crosetto Anm

 Valentina Stella Dubbio 18 luglio 2026

Il caso di Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori in fuga dal suo negozio e ferito un terzo, diventa anche terreno per uno scontro tra politica a magistratura. Tutto è partito da un post del 16 luglio del ministro della Difesa, Guido Crosetto, in cui ha affermato che «la legge non è e non può essere sventolata per giustificare l’impossibilità di un magistrato ad analizzare i fatti nella loro totalità, a tenere conto di tutto, anche ciò che non è previsto sia da considerare». Secondo il responsabile di via XX Settembre «è la giurisprudenza, cioè la facoltà dei magistrati di poter interpretare la legge, magari al punto di innovarla. Ci hanno abituato da anni ad una giurisprudenza che interpreta le leggi al punto di stravolgerle. È stata una pratica molto in voga per portare avanti battaglie ideologiche o contro alcuni “nemici”. È una pratica che ha consentito di mandare in libertà dopo pochi anni anche assassini di servitori dello Stato, Carabinieri, Poliziotti. Per questo secondo me ciò che è accaduto a Mario Roggero è ingiusto, incomprensibile e anche difficile da accettare». Ieri è arrivata la replica dell’Anm e di alcune sue correnti. Per Giuseppe Tango, vertice del ‘sindacato’ delle toghe, «i giudici in tre gradi di giudizio e in modo convergente, hanno applicato la legge, come è giusto che sia, perché è questo il ruolo che l’ordinamento assegna loro. Trovo quindi sorprendenti le dichiarazioni di un ministro, che invoca addirittura il potere del giudice di innovarle, compito che spetta unicamente al legislatore, delegittimando al tempo stesso la magistratura con accuse di doppiopesismo tanto odiose quanto generiche». Ed infatti ricordiamo che si è giunti a quella pena partendo dal minimo per l’omicidio volontario, 21 anni, dando le attenuanti generiche e quella della provocazione, applicando quanto previsto dall’articolo 81 cp. Per Tango «la legge prevede già il sacrosanto istituto della legittima difesa, ma non può tollerare la vendetta privata. Dire il contrario significa minare le fondamenta dello Stato di diritto e questo chi rappresenta le istituzioni dovrebbe saperlo bene». Intervenuto anche Giovanni Zaccaro, Segretario di AreaDg: «Sparare a chi fugge non è difendersi.  Condannare chi spara a chi fugge non è un'ingiustizia ma è proprio della nostra cultura liberale ed umanista. Non è un'invenzione dei giudici ma lo dice la legge. Non è neanche una novità perché pure nei poemi omerici gli Dei difendevano i fuggitivi dai campi di battaglia inseguiti dai vincitori assetati di sangue. Nei vecchi film western sparare alle spalle era un'infamia.  Lo hanno dimenticato però alcuni Ministri della Repubblica. Aspetto che glielo ricordino i tanti garantisti italiani che li hanno ospitati ed osannati sui loro social e nei loro convegni». Pure per Unicost «le parole del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sono inaccettabili in quanto sintomo di scarsa consapevolezza dei principi fondamentali dello Stato di diritto. In un sistema democratico, il rispetto delle sentenze e dei ruoli istituzionali rappresenta un elemento imprescindibile. La magistratura esercita la funzione giurisdizionale applicando la legge, alla quale è soggetta, come stabilito dalla Costituzione». Unicost «ribadisce la necessità che tutti, e in particolare chi riveste incarichi di Governo, si attengano al principio della separazione dei poteri e si astengano da dichiarazioni che possano minare la fiducia dei cittadini nella giurisdizione». Sulla questione ha dichiarato anche il Presidente dell’Ucpi, Francesco Petrelli: «È certamente comprensibile, sul piano umano e psicologico, che chi subisce una rapina violenta possa trovarsi in una condizione profondamente alterata, ma pretendere che tale condizione possa giustificare l'inseguimento e l'uccisione di chi, cessata l'aggressione, si è già dato alla fuga significherebbe riconoscere il diritto alla vendetta privata». Per il vertice dell’associazione politica dei penalisti «una domanda di grazia, pur legittima, non può costituire né un ulteriore grado di giudizio né uno strumento per correggere politicamente una decisione definitiva». Le sentenze per Petrelli «possono certamente essere criticate, anche in modo radicale e la critica delle decisioni giudiziarie costituisce un fondamentale esercizio di democrazia ma la giustizia non si tutela contrapponendo il sentimento popolare alla giurisdizione». 

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