Intervista a Giorgio Spangher
Valentina Stella Dubbio 8 luglio 2026
Professor Giorgio Spangher, emerito di diritto processuale penale all'Università La Sapienza di Roma, cosa ne pensa del dibattito acceso intorno alla richiesta di modifica del 270 cpp proposta dal Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Giovanni Melillo?
Il dibattito non è che l'onda lunga di un discorso che viene da molto lontano, e che tocca un problema di ordine generale. Parte dalla sentenza a Sezioni unite Cavallo del 2020 (secondo la quale “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza”, ndr). La polemica è poi proseguita anche nel 2023 quando diversi procuratori chiesero modifiche in fase di conversione del decreto-legge 10 agosto 2023, n. 105.
Ma perché tutto questo darsi da fare?
Diciamocela tutta: l’Italia è un Paese nel quale la criminalità organizzata esiste ed è una criminalità anche transnazionale, come ha dimostrato la vicenda dei criptofonini. È evidente che chi si occupa di criminalità organizzata abbraccia una visione delle indagini e del processo penale non in termini assoluti di garanzie ma di lotta e di contrasto ai fenomeni mafiosi e al terrorismo internazionale, sempre più invasivi, come risulta dalle rubriche delle leggi.
Quindi condivide le richieste di Melillo?
Quello che chiede oggi Melillo, lo aveva chiesto in passato Pignatone. Non è un problema di Melillo ma della figura che ricopre che in quanto tale, insieme agli altri procuratori e alla Direzioni distrettuali antimafia, richiede dal suo punto di vista sempre maggiori strumenti investigativi a maglie larghe.
Professore ma dal suo punto di vista sarebbe giusto ripristinare le intercettazioni a strascico?
Ovviamente no. E qui c’è un problema di ordine generale che io mi permetto da tempo di sottolineare.
Quale?
Siamo in grado di avere un processo di doppio binario netto come ce l'hanno gli altri Stati per evitare ogni volta queste continue modifiche, come avvenuto anche sulla legge per gli smartphone? Siamo in grado di fare un discorso serio che si era tentato di fare quando si era cercato di realizzare un Codice antimafia?
Ci spieghi meglio.
Dobbiamo chiederci: alla maggiore gravità dei reati deve corrispondere un sistema sanzionatorio più grave ma con più o con meno garanzie? Faccio un esempio. Se si tratta di un reato commesso da Valentina Stella, possiamo fare un'intercettazione telefonica o una videoripresa nel suo domicilio? No, è un reato ordinario. Ma se si tratta di criminalità organizzata è possibile utilizzare strumenti più repressivi e invasivi in relazione alla gravità dei fatti?
Professore scusi ma se si tratta di criminalità organizzata io lo so al termine di tre gradi di giudizio mica mentre indago?
Giusto, giusto. Le faccio però un altro esempio. Una procuratrice generale di Milano mi diceva: “se io indago per 416 cp (associazione per delinquere semplice) non posso autorizzare intercettazioni telefoniche come se fosse un 416 bis, e se fosse invece associazione di tipo mafioso?”. Io le ho risposto: “benissimo, allora tu iscrivi un 416 bis, e questo è giusto, sviluppi l'attività di indagine, se all'esito però non risulta un 416 bis, ma risulta un 416, tu quei risultati investigativi che hai ottenuto in deroga partendo da un presupposto sbagliato, non li puoi utilizzare”. La zona grigia può essere risolta attraverso l'inutilizzabilità dei risultati che sono stati assunti in violazione. Invece da noi cosa si fa? Si ritiene di violare i presupposti e poi si utilizzano lo stesso i risultati.
Ma intanto sono stata intercettata? E il diritto alla mia privacy?
Lo so, giusto. Ma è impensabile ipotizzare un sistema senza un doppio binario con le stesse garanzie uguali per tutti come vorrebbe lei. Se abbiamo un'istituzione che si chiama Procura Nazionale Antimafia, se abbiamo una struttura che si chiama Direzione Distrettuale Antimafia, se abbiamo una polizia che si chiama Direzione Investigativa Antimafia, mi pare che sia difficile smobilitare questo sistema. A questo punto meglio circoscrivere nel dettaglio un binario solo per i reati di criminalità organizzata che devono avere dei percorsi processuali, di misure cautelari, di durata e di uso degli strumenti investigativi, di intercettazioni telefoniche, preventive, di un certo genere. Senza che le norme su questo tipo di reati vadano ad inquinare progressivamente le procedure relative agli altri tipi di reato ordinari, come quelli relativi alla criminalità economica e politica (legge spazzacorrotti). Facciamo una netta separazione, come negli Stati Uniti, dove si distinguono i reati federali e i reati non federali.
Non ritiene che la politica debba acquisire maggiore indipendenza rispetto alle istanze dell’antimafia?
Certo, ma noi non siamo in Finlandia, noi abbiamo un problema di criminalità organizzata che crea difficoltà per le forze politiche che, rispetto al timore di essere catalogate o collocate come contigue, come collaterali, come coinvolte nei fenomeni criminali, hanno un atteggiamento di debolezza.
Tranne Forza Italia che però non si preoccupa e va dritta sulla linea garantista.
Certo, perché è la linea dei nuovi capigruppo che non sono stati scelti a caso dopo la sconfitta referendaria, come Stefania Craxi e Enrico Costa
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