Intervista a Chicco Testa
Valentina Stella Dubbio 4 luglio 2026
«Chiediamo che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza un principio che appartiene alla tradizione giuridica europea e alla nostra Costituzione: la responsabilità penale è personale». È l'incipit dell'appello sottoscritto da oltre 250 persone tra imprenditori, dirigenti di azienda, esponenti del mondo della cultura ed ex politici di primo piano, pubblicato come pagina a pagamento due giorni fa sui quotidiani 'Repubblica' e ‘Sole 24 ore’. L'iniziativa arriva dopo la condanna definitiva di Mauro Moretti e a pochi giorni dalla sentenza di primo grado sul crollo del Ponte Morandi che vede tra i maggior imputati Giovanni Castellucci, ex ad di Autostrade per l'Italia, per il quale l’accusa ha chiesto una condanna a 18 anni e sei mesi. Tra i sottoscrittori c’è anche Chicco Testa, Presidente di Assoambiente, già deputato del PCI ed ex presidente di Enel.
Perché ha deciso di firmare quell'appello?
Ho deciso di firmare quell'appello perché lo ritenevo giusto: la condanna di Mauro Moretti introduce dei principi giuridici secondo me inaccettabili.
Oltre a Moretti, pensa anche a Castellucci?
Certo. L'idea che chi è al vertice di un'azienda, a prescindere da tutte le misure che ha messo in atto per garantire la sicurezza dell'azienda, sia comunque responsabile per qualsiasi cosa accada è un'idea giuridicamente assurda che rende praticamente impossibile il lavoro del capo di un’azienda.
Però, come riportato, ad esempio, dall’avvocato Raffaele Caruso sul Manifesto, «Mauro Moretti non è stato condannato per non aver controllato il vagone che deragliando ha causato l’incendio, ma perché nel suo ruolo di amministratore ha strutturato e avallato un’organizzazione incapace di esigere, per i vagoni forniti da società estere come quello che ha causato l’incidente, il tracciamento di tutte le attività di manutenzione con un livello di rigore analogo a quello osservato per i vagoni italiani».
Non è affatto così perché la stessa sentenza riconosce che tutte le norme sono state rispettate. C'è una questione molto simile in un'altra area, quella delle ‘Best available techniques’, le migliori tecnologie disponibili. Rispetto ad esse ci sono state provvedimenti, come il decreto di sequestro riguardante la società Tirreno Power, gestore della centrale elettrica di Vado Ligure, in cui il magistrato aveva scritto che l'azienda aveva rispettato tutte le norme previste sull'inquinamento e aveva adottato tutte le tecnologie giuste, tuttavia erano disponibili altre tecnologie migliori che l'azienda non aveva adottato. Quindi il rispetto della legge non basta più perché un dirigente non può mai immaginare che cosa potrebbe essere meglio.
Secondo lei si rischia una managerialità difensiva?
Assolutamente sì. Corriamo il rischio che i manager privati si comportino come funzionari pubblici, che non si assumono quindi la responsabilità della decisione e che le loro azioni diventino prevalentemente protettive anziché esecutive e propositive. Passiamo tutti ormai il tempo dagli avvocati per cercare di capire come metterci al riparo da interpretazioni forzate della legge. Non c'è, infatti, una norma certa a cui riferirsi e ci sono numerose sentenze che vanno oltre le norme conosciute.
Le conseguenze di questa managerialità difensiva quali possono essere? Per l'azienda stessa, per l'economia del Paese?
Intanto lo vediamo già sugli investimenti stranieri: l'Italia è considerata una zona a rischio proprio per queste incertezze normative. L'altro rischio è, come dicevo prima, un atteggiamento dell'azienda non proattivo che comporta una riduzione dell’attività economica. Sa quanti progetti non vanno in porto perché non si riescono a prevedere i rischi in base alle leggi attuali?
Lei in una dichiarazione a Repubblica qualche giorno fa ha detto di aver vissuto «un incubo» da manager. Ci vuole raccontare qualcosa di più?
A fine 2024 sono stato assolto dopo ben dieci anni in un processo innanzi alla Corte dei Conti, con richieste milionarie nei confronti di decine di indagati. Per il Procuratore si è trattato di un completo fallimento. Aveva avanzato richieste per far pagare agli indagati un presunto danno patrimoniale di 160 milioni di euro, e la Corte ne ha riconosciuti il 2%, pari a circa 3 milioni. Basterebbe questo per dimostrare la completa infondatezza di tutto l'impianto accusatorio. Diciamo che si è voluto dare un contentino al Procuratore per non dichiarare totale fallimento. Io intanto però ho speso 150 mila per gli avvocati e sono stato sulla graticola per dieci anni per un processo che non doveva proprio iniziare. Ma c’è un’altra vicenda che mi ha riguardato altrettanto assurda.
Ci dica.
Da presidente Enel fui rintracciato mentre ero sulla neve perché destinatario di un avviso di garanzia in quanto a Messina, in un cantiere nostro, una signora si era fatta male cadendo in una buca, per fortuna non in maniera grave. Ma si può rispondere di questo?
Accanto al tema strettamente giuridico resta quello legato alla aspettativa sociale della condanna simbolo da rintracciare soprattutto nel vertice aziendale. Che ne pensa?
Si vuole punire l’élite in quanto élite. Dal punto di vista mediatico non basta punire chi ha la concreta responsabilità, nel caso specifico chi non si è occupato bene della manutenzione di quel carro. C'è per forza bisogno della ricerca di un capro espiatorio e questa caccia ha motivazioni di ordine emozionale e politico.
L’iperbole di questo bisogno collettivo di punizione è tutta rintracciabile in un'immagine satirica di Mauro Moretti, vestito da carcerato a strisce bianco e nera e con una palla incatenata a un piede e con dietro un cartello con su scritto ‘benvenuto in Siberia’ - comparsa qualche sera fa su dei manifestini di cartone mostrati nel corso delle iniziative che hanno ricordato la strage di Viareggio.
Cosa vuole che le dica? Ovviamente non si può non solidarizzare col dolore di queste persone. Ma io non ho mai pensato che la soddisfazione di un delitto possa derivare da uno spirito di vendetta. La giustizia è una cosa, la vendetta è un’altra cosa.
Secondo lei i giudici hanno risposto, anche inconsciamente, ad una forte pressione sociale e mediatica?
Certamente. Secondo me forse ha agito anche l'ambizione giuridica di scrivere una sentenza innovativa, non rendendosi pienamente conto dei danni che avrebbe causato.
Bruti Liberati intervistato ieri su La Stampa pur sollevando dubbi sulla condanna di Moretti («Inaccettabile la responsabilità solo per aver ricoperto l’incarico») ha definito «sconcertante» il vostro appello come «Super Cassazione del popolo».
Trovo che questa tendenza dei magistrati a non accettare mai nessuna critica sia veramente inquietante.
Nell’appello per tre volte si richiamano i principi dello Stato di diritto. E però esso è quotidianamente vilipeso nelle nostre carceri. Perché allora non promuovere anche un appello per chiedere misure clemenziali immediate al Governo?
Sì. Siamo all'inciviltà totale. Si pensa che il carcere debba essere punitivo e non riabilitativo. E peggiore è la punizione, compresa le condizioni di sovraffollamento, meglio è. Oggi un atto di clemenza sarebbe il benvenuto accanto ad un piano di realizzazione di carceri dignitose.
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