Lavitola dietro l'attentato a Ranucci?
Valentina Stella Dubbio 8 luglio 2026
È previsto per oggi in Procura a Roma l'interrogatorio dell'imprenditore Valter Lavitola, indagato quale mandante dell'attentato dello scorso 16 ottobre davanti all'abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci. L’esplosione distrusse due vetture, il cancello, parte del muro di cinta. Solo il caso evitò conseguenze più gravi. Gli investigatori hanno perquisito l’uomo, accusato formalmente di strage commessa con modalità mafiose, le sue abitazioni e sequestrato telefoni cellulari, computer, tablet, hard disk, documenti che verranno analizzati a breve. L’indagato per ora resta a piede libero e questo fa pensare che i magistrati - l’indagine è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, avviata dal pubblico ministero Carlo Villani e oggi seguita dal sostituto della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis - non abbiano molto in mano. La scorsa settimana, nell'ambito della stessa inchiesta, sono state eseguite invece quattro misure cautelari nei confronti di coloro che sarebbero gli esecutori materiali dietro all’esplosione dell’ordigno. Per gli inquirenti della DDA Lavitola non si sarebbe limitato a impartire l’ordine. Infatti, secondo quanto ricostruito dall’analisi delle celle telefoniche, un mese prima dell’esplosione, il 15 settembre, l’ex editore avrebbe fatto un sopralluogo nei pressi della casa del giornalista. Con lui Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni, l’anello di congiunzione tra il presunto mandante e gli esecutori a cui Lavitola avrebbe dato mandato di individuare «soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere» davanti all’abitazione del conduttore. Il suo ruolo emergerebbe dall’incrocio di intercettazioni, analisi dei telefoni sequestrati e accertamenti tecnici eseguiti dopo gli arresti della scorsa settimana. Inoltre nel decreto di perquisizione datato quattro luglio si evidenzia come Gomes risulti dipendente dal 2017 della società che gestisce il ristorante “Cefalù Bistrò di Pesce”, esercizio commerciale ritenuto riconducibile a Lavitola. In realtà i dipendenti del ristorante negano di conoscerlo: «Non l'abbiamo mai visto e non lavorava con noi», affermano. Lavitola, inoltre, riferiscono i dipendenti, pur frequentando abitualmente il ristorante Cefalù non ne sarebbe più il proprietario da circa due anni. Mentre gli abitanti del quartiere romano di Monteverde hanno raccontato che Gomes lavorava per Lavitola come autista e tuttofare. Particolare rilievo assumono, secondo gli investigatori, anche le conversazioni intercettate tra la compagna di Gomes e lo stesso indagato, dalle quali emergerebbe come il rientro dell’uomo in Italia dipendesse da decisioni attribuite a Lavitola. Gli investigatori ritengono inoltre che, subito dopo l’attentato, Gomes sia stato agevolato da Lavitola nel trasferimento in Camerun, dove tuttora risiede e si trova, circostanza che costituirebbe un ulteriore elemento indiziario, insieme al fatto che lo stesso Lavitola si sia preoccupato della sua assistenza legale. Non riesce a credere a quanto sta emergendo lo stesso Sigfrido Ranucci: «È una notizia che mi ha lasciato un senso di stordimento, con Valter abbiamo avuto un rapporto d'amicizia dopo che è stato oggetto di nostre inchieste, è stata anche una fonte importante per alcune inchieste di Report, sono convinto, finché non vedo ovviamente le prove, della sua innocenza. Tuttavia sono convinto che anche se dovessero emergere delle responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia». «Valter - sottolinea ancora il conduttore di Report - ha avuto sempre rapporti con i giornalisti, non dimentichiamocelo, è stato prima di tutto il direttore dell'Avanti e ha mantenuto rapporti con me e giornalisti anche molto più autorevoli di me, quindi vediamo dove porteranno queste indagini». «Ovviamente – ha proseguito – mi affido completamente alle indagini della Procura di Roma e dei Carabinieri che hanno svolto un lavoro molto rigoroso. Vedremo quali sono gli sviluppi». E intervistato dal Corriere della Sera ha risposto su quando lo avesse sentito l’ultima volta: «Mi ha chiamato l'altra sera mentre i carabinieri lo stavano perquisendo. Era agitato. E anche io sono rimasto molto sorpreso da questo sviluppo delle indagini». E ancora: «Secondo me c'è qualcosa che non torna. Per esempio, sicuramente lui non poteva sapere quella sera quando sarei tornato a casa». «Il mio avvocato mi ha proibito di parlare prima dell’interrogatorio. Spero che comprendiate» ha risposto ai cronisti invece Lavitola. Solo poche parole sul fatto che il suo (ex?) amico, ospite molto spesso del suo ristorante, non creda sia lui il mandante: «Figuratevi se lo trovo io. Ora scusatemi, non posso parlare». Ancora non si nulla, infatti sul possibile movente, essendo già stata scartata la pista camorristica: attriti personali o pista professionale?
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