Intervista a Petrelli

 Valentina Stella Dubbio 11 luglio 2026

 

Avvocato Francesco Petrelli, Presidente dell’Unione Camere penali, qual è la vostra posizione sull’emendamento in materia di intercettazioni presentato da FdI alla legge di conversione del decreto legge ‘Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo’, in discussione al Senato, come sollecitato dal Procuratore Melillo?

 

Si tratta di un ritorno al passato privo di qualsivoglia giustificazione: la modifica dell’art. 270, con l’ampliamento dei casi di utilizzabilità delle intercettazioni in un procedimento diverso da quello in cui sono state raccolte, non risponde ad alcuna necessità oggettiva. L’attuale disciplina è già ampiamente derogatoria e non costituisce alcun ostacolo per le indagini. Vale la pena di ricordare che il limite alla utilizzazione in procedimenti diversi trova fondamento nei principi cardine della nostra Costituzione ed infatti era già presente nel codice del 1988.

 

Si tratta del ritorno alla pesca a strascico?

 

Assolutamente sì, si vuole sostanzialmente tornare alla normativa del 2020 quando la politica giudiziaria populista del Ministro Bonafede volle abbattere i limiti e le garanzie del giusto processo, aprendo la strada ad una indiscriminata utilizzazione dei risultati delle intercettazioni. Quello che è stato operato nel 2023 è stato il corretto ripristino dell’originario bilanciamento razionale che era stato spazzato via da un colpo di mano giustizialista. Non ripetiamo lo stesso errore. Se si abbattono i limiti costituiti dalle garanzie costituzionali e si apre alle più indiscriminate esigenze inquisitorie e repressive si scivola dallo Stato di diritto verso uno Stato di polizia.    

 

Secondo Melillo l’attuale normativa rappresenta un intralcio alle indagini. Come replica?

 

Che si tratta di una posizione puramente assertiva perché se è per questo tutte le regole del processo penale si pongono come un limite allo strapotere dello Stato. Così funziona lo Stato di diritto. Non è un buon motivo per abolirle. Il problema è verificare se vi sia equilibrio fra le diverse esigenze ma in ogni caso lo strumento investigativo, mettendo a rischio i diritti tutelati dalla Costituzione, non può certo trasformarsi in un dispositivo onnivoro al quale sia consentito di scrutare in maniera indiscriminata la vita dei cittadini con la scusa di attingere a non ben precisati reati-spia.

 

Tra la lotta alla criminalità e diritto alla privacy perché dovrebbe prevalere il secondo?

 

Mettere in conflitto sicurezza e diritti è un errore concettuale oltre che comunicativo perché senza diritti e senza garanzie non vi può essere vera sicurezza. Oggi le norme e la giurisprudenza delle Sezioni Unite consentono già di utilizzare le intercettazioni in un procedimento diverso nel caso in cui emerga la prova di un reato particolarmente grave. In questo caso quindi la richiesta si traduce in una evidente alterazione del bilanciamento fra regola ed eccezione, portando la regola a retrocedere inammissibilmente rispetto l’eccezione. Un declivio questo molto pericoloso. La riservatezza delle comunicazioni è un bene di tutti i cittadini, non un intralcio da abbattere.

 

Fratelli d’Italia ha accolto l’allarme della Procura Nazionale Antimafia al Senato. Lo stesso ha fatto alla Camera bloccando la seconda approvazione sulla legge sugli smartphone. Si tratta solo a suo parere di una condivisione dell’allarme di Melillo o c’è una gara con gli altri partiti sul tema sicurezza?

 

Il tema della sicurezza è un tema di propaganda politica multitasking che si adatta a tutte le esigenze, formidabile in campagna elettorale. Non può escludersi che la ricerca di consenso abbia avuto il suo peso data la centralità assunta da quel tema in questo momento. La competizione è già iniziata e probabilmente ci si posiziona rispetto alle altre forze in campo. È sempre una pessima idea mettere le riforme della giustizia nella cassetta degli attrezzi della propaganda perché si finisce con il fare pessime leggi e con non farne delle buone, come quella sui sequestri informatici.

 

Non è la prima volta che la politica tenta di piegarsi alle istanze delle procure. Dopo la battaglia referendaria, a maggior ragione che è stata persa, non bisognerebbe svincolarsi da certe pretese?

 

No, non è certo la prima volta che la politica si sia mostrata sensibile e sollecita nel rispondere alle richieste dell’antimafia ma ogni volta che lo ha fatto abbiamo assistito ad una retrocessione dei principi di libertà e delle garanzie che devono presidiare i diritti di libertà in ogni democrazia liberale. Il processo penale e la materia penale in genere dovrebbero restare a riparo dalle incursioni della propaganda e chi governa le norme non mostrarsi così disponibile e sensibile alle incursioni della magistratura per quanto autorevolmente rappresentata.

 

A parte il dl giustizia, gli altri dossier sulla giustizia sono fermi. Colpa della sconfitta del referendum?

 

Non vi è dubbio che la vittoria del fronte della magistratura abbia frenato tutta una serie di riforme processuali importanti sulle quali la maggioranza si era originariamente mossa con compattezza e sulla cui ripresa l’Unione ha sollecitato formalmente, e continua a farlo ad ogni occasione, il fronte garantista parlamentare. Ma credo che oltre che l’esito del referendum ciò che ora freni le iniziative legislative sia anche l’aria di confronto elettorale. Anche questo sconsiglia prese di posizione nette sulla giustizia perché molte questioni restano fortemente divisive, come abbiamo visto, anche all’interno della maggioranza. Oltre al tema del sequestro dei dispositivi informatici, vi sono quelli del recupero della oralità nelle impugnazioni e della abolizione dei suoi limiti, della tutela della immediatezza all’interno del dibattimento. La ricostruzione del modello accusatorio resta per noi fondamentale. 

 

Che messaggio vorrebbe dare a Nordio sulle carceri?

 

Che è arrivato il momento di una netta inversione.  Tutti i rimedi promessi, quelli messi in campo, quelli ipotizzati non hanno avuto alcuna ricaduta reale mentre l’impatto drammatico della realtà carceraria è sotto gli occhi di tutti. La vicenda del sequestro del carcere fiorentino di Sollicciano, da molto tempo oggetto di denuncia, grida la vergogna di una condizione intollerabile per qualsiasi democrazia. Lo stato di illegalità e di degrado dilaga nella maggior parte delle strutture e le proiezioni sui dati del sovraffollamento sono preoccupanti e rendono ovvio l’allarme derivante dalla pressione che si registra negli istituti. Il numero dei detenuti morti per cause non accertate e per suicidio è impressionante. L’estate è altrettanto inclemente ed è il periodo più a rischio. Le condizioni oggettive della magistratura di sorveglianza rendono impossibile ogni risposta di giustizia. L’asimmetria fra numero di detenuti, operatori e organici della polizia penitenziaria è inaccettabile. È il momento di dare risposte che siano concrete e di contenuto davvero emergenziale e risolutivo. 


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