La vicenda giudiziaria di Giuseppe Caracciolo
Valentina Stella Dubbio 9 luglio 2026
Il copione è il solito: una inchiesta piccante per favoreggiamento della prostituzione, un indagato eccellente, titoloni in prima pagina compiacenti con la tesi degli inquirenti, in pratica la solita ‘sputtanoli’, processi lunghi un decennio fino ad una assoluzione. Ma intanto il danno è fatto. Solo che protagonista di questa vicenda, dall’altro lato della barricata, questa volta c’è un magistrato: Giuseppe Caracciolo. La storia ha origine col sequestro di un immobile a Lecce, da lui utilizzato per l’affitto breve a turisti, tramite i consueti canali on-line di intermediazione, che gli fu notificato, ci racconta Caracciolo, all’epoca Consigliere in Cassazione, «con mia grande sorpresa alle 6 del mattino del primo luglio 2016 dalla Polizia di Lecce». Appena poche ore dopo, «tutto il web – ci dice il magistrato ora in pensione – era già inondato dalla notizia del sequestro, giacché il Dirigente della squadra mobile di Lecce già dalla sera precedente aveva convocato una conferenza stampa per le ore 8 del mattino, nel corso della quale fu distribuita una velina in cui si descrivevano le ragioni del sequestro, correlate all’esercizio dell’attività del meretricio, esercitata nell’appartamento di proprietà di un giudice di Cassazione, convivente di una poliziotta in pensione, entrambi identificati con le rispettive generalità, vicenda dal sapore boccaccesco che immediatamente accese le prurigini di moltissimi mass media on line e cartacei, anche di livello nazionale, i quali ovviamente nel descrivere il fatto, replicarono pedissequamente l’input scritto proveniente dalla Dirigente». Su Caracciolo, ritenuto allora colpevole fino a prova contraria, si abbatté anche la scure dell'organo di governo autonomo: «All’epoca ero un giudice di cassazione, con circa 33 anni di carriera giudiziaria, ma nel giro di appena 20 giorni fui sospeso dal CSM, atteso il risalto mediatico della vicenda ed il grande scompiglio che ciò aveva procurato tra gli alti vertici della Suprema Corte, per quanto risultassi semplicemente “iscritto come indagato” per i reati di agevolazione e sfruttamento della prostituzione». Ma non finisce qui: «Fui sospeso quale giudice tributario onorario anche dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria, provvedimento cautelare poi annullato». Trascorsero così ben 14 mesi di indagine prima che Caracciolo ricevesse la richiesta di rinvio a giudizio dell’8.9.2017, con la formulazione delle ipotesi di reato che la Procura di Lecce ritenne di identificare nella «locazione di immobile a scopo di esercizio di una casa di prostituzione» al posto della ipotesi di agevolazione inizialmente iscritta, evidentemente ritenuta “non ricorrente” e nello «sfruttamento della prostituzione». Caracciolo racconta di essersi dedicato, assistito dall’avvocato Ladislao Massari, «ad un’intensa attività di indagine difensiva, senza la quale l’esito processuale sarebbe stato certamente infausto, non essendosi la Procura impegnata a raccogliere anche le prove favorevoli all’indagato». La scelta fu quella del rito abbreviato: «Il giudice, dopo avere esclusivamente dato risalto agli atti della polizia giudiziaria, riqualificò il reato di “locazione a scopo di esercizio di una casa di prostituzione” con “favoreggiamento” della prostituzione. Così vennero però lesi i miei diritti perché non potei difendermi adeguatamente non essendomi stata contestata dall’inizio quella ipotesi di reato». Arrivò la condanna in primo grado ad un anno ma poi «trovai nella Corte di appello di Lecce un giudice sufficientemente distaccato dalle suggestioni del locale ufficio di procura e perciò adeguatamente garantista da accorgersi del patente vulnus che il diritto di difesa che avevo subìto». Il processo di primo grado fu annullato e ne fu celebrato un altro al termine del quale nel 2024 Caracciolo e la sua compagna furono condannati a due anni con pena sospesa, «ignorando il limite della non reformatio in pejius costituito dalla precedente sentenza di primo grado che era stata infatti impugnata da me solo». Caracciolo non demorde e fa appello depositando una memoria di 130 pagine. Il 2 luglio 2026 arriva l’assoluzione perché “il fatto non sussiste” ma intanto ci dice Caracciolo «ho molto patito in questi lunghissimi dieci anni: «Basti considerare le moltissime energie processuali (in sede giudiziaria e disciplinare) e conseguenti diseconomie, che ho speso e spenderò, per ottenere il ripristino dei miei diritti conculcati e il risarcimento dei danni patiti; le aspettative di carriera a cui ho dovuto rinunciare nel duplice settore della giurisdizione ordinaria ed in quella tributaria; il sensibilissimo decremento del tenore di vita a cui è stata sottoposta la mia famiglia per il fatto della sostituzione allo stipendio della indennità di mantenimento; il vulnus alla dignità personale e a quella familiare a cui sono stato sottoposto, principalmente per causa della feroce campagna scandalistica massmediatica che ha fatto seguito alla conferenza stampa di cui si è detto in principio; la vera e propria patologia depressiva che si è installata in me a seguito delle duplici sospensioni dall’attività lavorativa ed onoraria in precedenza esercitata; lo stravolgimento delle relazioni sociali che ha fatto seguito a detta campagna massmediatica e ancor più alla prima delle due condanne, anche alla luce del fatto che ogni passaggio processuale è stato scandito dalla riedizione sulla stampa locale e nazionale del riassunto dell’intera vicenda, così rinnovandosi l’insulto della ricostruzione in chiave esclusivamente colpevolista di una vicenda che -invece- sarebbe stata agevolmente leggibile in chiave innocentista da qualsivoglia soggetto che non avesse una precostituzione di giudizio». E conclude amareggiato: «Anche nell’odierna fase della riedizione massmediatica dei fatti, dalla lettura di articoli riepilogativi “a copia e incolla” ciò che resta non è già la notizia dell’assoluzione ma solo quella dei fatti contestati e di quelli processuali nocivi, sicché poi ogni lettore finisce per percepire per vero l’aforisma davighiano secondo cui “ogni persona assolta altro non è che un imputato di cui non si è riusciti a dimostrare la colpevolezza”. E tutto ciò è anche l’effetto di una prassi giornalistica che mira a trascurare -con il fine della rapidità e del “risparmio”- la ricerca del punto di vista dei protagonisti della notizia, sicché di quest’ultima risulta il mero dato storico, in assenza di quegli antefatti, di quei commenti e di quelle letture orientate che la renderebbero utile strumento per la comprensione -da parte dell’opinione pubblica- di ciò che della notizia è “il sottostante”».
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