Intervista a Guido Camera
Valentina Stella Dubbio 16 luglio 2026
Avvocato Guido Camera, presidente di ItaliaStatoDiDiritto, che pensa degli emendamenti in materia di intercettazioni presentati da FdI al decreto Giustizia, come sollecitati dal Procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo?
La considero una proposta sbagliata, sia sul piano tecnico sia sul piano politico. L’articolo 270 cpp non è un ostacolo alle indagini, anzi ne garantisce lo svolgimento in modo già molto ampio. Le intercettazioni autorizzate per un determinato procedimento possono essere utilizzate per i reati connessi: la Cassazione lo ha chiarito da tempo. Ora si vuole intervenire sulla norma nella parte che riguarda i fatti del tutto estranei rispetto a quelli che avevano giustificato l’autorizzazione del giudice, ampliando significativamente i casi nei quali quel materiale potrà essere utilizzato. In questo modo cessa il legame tra l’autorizzazione originaria e il suo utilizzo successivo, eliminando il controllo giurisdizionale che la Costituzione pretende quando si incide su una libertà fondamentale.
Però secondo Melillo l’attuale normativa rappresenta proprio un intralcio alle indagini.
Ho già spiegato perchè oggi l’articolo 270 non limita le indagini. Il vero nodo della questione mi sembra un altro, ed è compito della politica scioglierlo. Si vuole mettere in mano alle Procure un controllo massivo di quanto accade nel Paese, tramite l’ascolto indiscriminato delle conversazioni? Attenzione, perchè il passaggio successivo – anche in considerazione dell’estrema mediatizzazione della giustizia – è sostituire la cultura della prova con quella del sospetto, sovrapponendo piano morale e piano penale. Sembra quasi che il giusto processo incuta timori, perché un giudice terzo e imparziale, e la regola di giudizio del ragionevole dubbio, sono una diga a difesa delle garanzie e non fanno sconti ad accuse approssimative.
Si tratta del ritorno alla pesca a strascico?
È così. Ma le intercettazioni devono servire ad accertare un fatto già individuato, non a cercarne altri. Vedo già troppo spesso indagini nelle quali le captazioni finiscono per alimentare una moltiplicazione di procedimenti, costruiti su conversazioni raccolte per finalità completamente diverse. È una deriva che dobbiamo combattere. L’intercettazione è uno strumento eccezionale e altamente invasivo. Se diventa un mezzo generalizzato di esplorazione della vita privata delle persone, il confine tra indagine e ricerca indiscriminata di reati diventa sempre più sottile.
Tra la lotta alla criminalità e il diritto alla riservatezza delle comunicazioni perché dovrebbe prevalere il secondo?
Uno Stato di diritto non sceglie tra sicurezza e libertà. Deve garantire entrambe. La Corte di giustizia dell’Unione europea richiama costantemente i principi di necessità, proporzionalità e controllo giurisdizionale effettivo ogni volta che vengono limitati i diritti fondamentali. Una democrazia matura dovrebbe investire sulla qualità delle indagini, sulla cultura della prova, sulla professionalità degli investigatori e sul controllo del giudice. Non si misura, invece, dalla quantità dei poteri investigativi che attribuisce all’accusa.
FdI ha accolto l’allarme della Pnaa al Senato. Lo stesso ha fatto alla Camera bloccando la seconda approvazione della legge sugli smartphone. Si tratta solo di una condivisione delle preoccupazioni di Melillo o c’è una gara con gli altri partiti sul tema sicurezza?
Non voglio entrare nelle dinamiche tra partiti. Mi interessa un principio istituzionale. La magistratura ha il diritto, e direi anche il dovere, di rappresentare al legislatore le sue proposte. Ma le scelte che incidono sulle libertà fondamentali spettano esclusivamente al Parlamento. È la politica che deve assumersi la responsabilità di individuare il punto di equilibrio tra sicurezza e diritti; un equilibrio che oggi soffre di una grande tensione. Per questo considero un errore anche il blocco della riforma sul sequestro degli smartphone. Oggi il telefono cellulare contiene la nostra vita: comunicazioni, dati sanitari, attività professionale, relazioni personali, orientamenti politici. Continuare a trattarlo come un semplice oggetto da sequestrare significa ignorare la rivoluzione digitale. Quella riforma avrebbe rappresentato un importante passo di civiltà giuridica e avrebbe finalmente introdotto garanzie adeguate alla straordinaria invasività di questo mezzo di ricerca della prova.
Dopo la battaglia referendaria, pur conclusasi con una sconfitta, la politica non dovrebbe recuperare maggiore autonomia dalla magistratura?
Penso di sì. Quasi tredici milioni di italiani hanno manifestato l’esistenza, nel Paese, di una cultura della giustizia autenticamente liberale, che considera le garanzie non un ostacolo ma una condizione della libertà. Quella domanda politica esiste ancora e merita rappresentanza. Per questo credo che il Parlamento debba recuperare pienamente la propria autonomia nelle scelte di politica criminale. Ogni volta che emerge una difficoltà investigativa, la risposta non può essere sempre l’espansione dei poteri dell’accusa e la riduzione delle garanzie. Lo Stato dimostra la propria forza non quando sacrifica le libertà individuali, ma quando riesce a garantire sicurezza senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. È questa la sfida che la politica dovrebbe avere il coraggio di raccogliere.
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