Intervista a Roberto Rossi

 Valentina Stella Dubbio 16 luglio 2026


 


Ancora fumata nera ieri al Senato in merito agli emendamenti in materia di intercettazioni presentati da Fratelli d’Italia, in particolare da Gianni Berrino e Sandro Sisler, al ddl di conversione del decreto legge ‘Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo’.  Ieri, a metà pomeriggio, si è tenuta a Palazzo Madama l’ennesima riunione di maggioranza nel tentativo di trovare un'intesa sul dossier. Da una parte FdI sempre convinta a non fare retromarcia e dall’altra parte Forza Italia e Noi Moderati fermi nella loro contrarietà ad ampliare i casi nei quali le intercettazioni possono essere usate in procedimenti diversi da quelli per i quali sono state disposte.  Al ddl di conversione sono stati presentati più di 570 emendamenti, soprattutto da parte delle opposizioni. Nel momento in cui scriviamo nelle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Giustizia stanno votando quelli relativi all’articolo 1. Mentre quelli oggetto della discordia si riferiscono all’articolo 9 sui cui si voterà probabilmente oggi a meno che non ci siano l’ostruzionismo delle minoranze che impedirà di esaminarli tutti, facendo arrivare la norma in Aula senza il mandato al relatore.  Oggi ne parliamo con il dottor Roberto Rossi, Procuratore della Repubblica a Bari.


 


Procuratore cosa ne pensa dei correttivi sollecitati dal Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Gianni Melillo?


 


Ne penso ovviamente in modo estremamente positivo. D’altra parte, in generale, perché la politica non dovrebbe ascoltare la voce di chi si occupa di criminalità organizzata con professionalità e competenza? Sul valore del dottor Melillo credo che nessuno possa dubitare.


 


Nella lettera inviata appunto da Pnaa Melillo ai ministri Nordio e Piantedosi e alla presidente della commissione Antimafia Colosimo si sostiene che l’attuale normativa sia da intralcio alle indagini. Ci può spiegare meglio?


 


Faccio un esempio. Il Procuratore di Bari, autorizzato da un giudice in base a elementi di prova relativi a crimini commessi da quel clan (quindi non per una sua scelta capricciosa ma per fatti criminosi che vengono valutati da un giudice), sistema una microspia nella casa di un capo clan barese. Fa visita a questo capo clan un altro capo clan di Torino insieme a un politico a lui vicino e parlano (registrati) di tutti gli affari del territorio torinese compreso la compravendita di voti mafiosi al politico di quel territorio. Con l’attuale norma, che vieta l’utilizzo di quelle intercettazioni vi è il dubbio che quella chiacchierata possa essere utilizzata in un processo a Torino. Quindi il politico e il capo clan torinese ne escono indenni. Vi sembra giusto?


 


Forza Italia sostiene che sia il ritorno della pesca a strascico. Come replica?


 


Non spetta a me rispondere a una forza politica ma mi permetta una battuta. Perché pescare un boss e un politico corrotto è una cattiva pesca? L’utilizzo di termini privi di significato come la pesca a strascico serve solo a non cogliere la base del problema. Per la nostra legge per fortuna non esiste un procuratore che agisce senza regole a proprio piacimento. Ci devono essere prove sulle quali fondare la richiesta di intercettazione e giudici che le validano e che dopo le rivalutano.


 


Tra le soluzioni alternative a cui si starebbe lavorando per trovare una soluzione ci sarebbero le seguenti: mettere mano all’articolo 380 cpp ampliando i casi in cui prevedere gli arresti obbligatori in flagranza oppure lavorare sull’articolo 13 del decreto del 13 maggio 1991, ideato da Giovanni Falcone, e che interviene sugli indizi sufficienti a predisporre una intercettazione. Che pensa?


 


La soluzione di allargare l’art. 13 mi sembra una buona idea. Di Falcone non si deve celebrare solo la sua persona ma soprattutto le sue idee. Sulle intercettazioni le idee di Falcone erano chiare. Rispetto alla prima ipotesi potrebbe essere problematico aumentare il potere della polizia giudiziaria a compiere arresti immediati senza fare le valutazioni necessarie per la privazione della libertà personale.


 


Tra la lotta alla criminalità e il diritto alla privacy perché dovrebbe prevalere la prima?


Non esiste una prevalenza ma un equilibrio. Nelle intercettazioni è garantito dal provvedimento del giudice e dall’esistenza di reati sui quali indagare. Porre divieti inutili non è una buona scelta.


 


Fratelli d’Italia ha accolto l’allarme della Procura Nazionale Antimafia al Senato. Lo stesso ha fatto alla Camera bloccando la seconda approvazione sulla legge sugli smartphone. Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali, ha detto che ogni volta che la politica si fa carico delle richieste dell’antimafia si assiste “ad una retrocessione dei principi di libertà e delle garanzie”. Come commenta?


 


Mi spiace ma devo ripetere che lanciare allarmi generici non serva a porre un freno alla grave violazione di quei diritti da parte della criminalità organizzata. Il controllo della libertà delle persone è nel provvedimento del giudice, tutore dei valori costituzionali. Per fortuna questo il popolo italiano lo ha capito nella difesa della Costituzione con l’esito referendario sulla separazione delle carriere.

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