Gazzoni II la vendetta

 Valentina Stella dubbio 21 luglio 2026

Ne ha per tutti Francesco Gazzoni nella sua introduzione alla XXII edizione al Manuale di diritto privato (Edizioni Scientifiche Italiane). Il giurista, già al centro di feroci polemiche due anni fa per aver dipinto nella precedente stesura le magistrate italiane quali persone «in equilibrio molto instabile nei giudizi di merito in materia di diritto di famiglia», adesso non risparmia nessuno dopo la sconfitta referendaria della separazione delle carriere, doppio Csm, Alta Corte. Nel suo preambolo, che pare più un libello satirico che una premessa tecnica, descrive l’Anm come una «associazione sindacal-politica» le cui correnti «mimano le aree politiche di riferimento», «con transumanza talvolta dei magistrati stessi direttamente in uno dei partiti rappresentati in parlamento, per poi tornare a giudicare o ad indagare al termine del mandato». E fa, pur non citandola direttamente, l’esempio di Donatella Ferranti: «Nel collegio della Cassazione che ha raccolto il ricorso di un Comitato che stava a cuore ai fautori del No, tra cui il Pd, era presente chi, in Parlamento, aveva a suo tempo ricoperto, proprio per il Pd, la carica di presidente della commissione giustizia della Camera».  Gazzoni però dimentica di riportare anche il caso del sottosegretario Alfredo Mantovano, apparso nelle polemiche. Nel luglio 2021, quando era giudice in Cassazione, l’attuale sottosegretario a palazzo Chigi si scagliava in un intervento sul Foglio contro la raccolta firme per il referendum sulla cannabis legale. Pochi mesi dopo lo stesso Mantovano, membro dell’Ufficio centrale per il referendum, partecipava alla decisione sull’ammissibilità delle firme raccolte, senza dunque astenersi. Gazzoni poi attacca la figura del Gip «succube» delle richieste dei pm, un «opossum» direbbe Enrico Costa. Ma se la prende anche con certa politica: nei mesi di campagna «piuttosto che parlare di questa preoccupante realtà, la maggioranza intendeva ‘punire’ i magistrati, con argomenti ridicoli».  Nel mirino poi finiscono, sempre senza citarli direttamente, Lilli Gruber e Nicola Gratteri. Scrive Gazzoni che i magistrati «si esibirono in una triste propaganda, non aliena da bugie (il controllo dell’Esecutivo addirittura sui giudici) saltabeccando da un canale all’altro, come in particolare un gaffeur, inebriato dall’essere diventato una Primadonna televisiva, sempre invitato dai programmi condotti da presentati, e in particolare, da una presentatrice di rara faziosità e di femminismo retrò (a proposito di incaute vicende amorose di Ministri della destra abbindolati, con garbo ed eleganza ha auspicato che la presidente del Consiglio dica “ai ministri maschi di tenerselo dentro ai pantaloni”, come dovrebbero fare tutti “i maschi di potere”) apertamente favorevoli al ‘No’, girando l’Italia come una Madonna pellegrina». Gazzoni non risparmia neanche l’altro frontman del No, Giovanni Bachelet: «Avendo i sanitari costituito un Comitato per il "sì", quello per il "no" pubblicò un manifesto in cui sotto la scritta "Sanitari per il sì" erano raffigurati un water e un bidet. Nulla quaestio se il Presidente del Comitato fosse stato un coprofilo alla Wolfgang Amadeus Mozart, ma era invece un professore ordinario di università, una persona presumibilmente colta, accecata però dall'appartenenza politica (è stato a suo tempo parlamentare del PD), figlio di un eroe del pensiero, assassinato dai “compagni che sbagliano”. Chissà come avrebbe commentato il padre questa iniziativa “coprofila” del figlio». Poi Gazzoni ritorna sulla vecchia vicenda che lo ha visto pesantemente contestato per aver «dileggiato l’ordine giudiziario» dando degli «psicolabili» ai magistrati. Fu definito pure «misogino».  A suo dire, invece, i magistrati si ritengono «simili all'Imperatore Augusto della Lex Julia de maiestate dell'8 a.C., che condannava alla interdictio aqua et igni chi avesse attentato alla sua Maestà. Ed io, a loro avviso, l'avevo fatto, sicché, non potendomi condannare alla interdictio, cioè all'allontanamento coatto e definitivo dal territorio italiano, come sarebbe loro piaciuto, si dedicarono al mio Manuale, esponendo al pubblico ludibrio in Instagram di ANM la pag. 51, onde una sequela di commenti, penosi nella loro prevedibilità e ripetitività». Accusa, questa volta citandola, anche «l'on. Serracchiani, responsabile del settore giustizia e, in quella occasione, portavoce politica dei magistrati» che presentò per il Pd una interrogazione parlamentare. Ma Gazzoni non indietreggia e spiega: «Avevo osato riferire il giudizio del magistrato Mario Garavelli, il quale, andato in pensione, ha scritto un significativo libro, in cui, tra l'altro, indica vari modelli, atti ad inquadrare i giudici, uno dei quali è quello degli "psicolabili". Nessuno, tuttavia, andò a leggere questo libro, che pure era citato, con tanto di pagina». Poi se la prende anche con l’attuale vice direttrice del Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, per un articolo in cui lo si paragonava a Vannacci. E poi contro l’ex prima Presidente di Cassazione, Margherita Cassano, per come commentò i pensieri del professore: «Le infedeltà sono gravi in bocca di chi è al vertice assoluto della magistratura», scrive Gazzoni. E infine contro il giudice Francesco Lupia: «il vero misogino si rivelò proprio» lui. Si attendono le repliche. 

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