Cerciello Rega, confermato lo sconto di pena per Elder

 Valentina Stella Dubbio 6 giugno 2026

Dodici anni e sette mesi: è questa la pena definitiva per Finnegan Lee Elder, il giovane statunitense di San Francisco condannato per l’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, avvenuto a Roma il 26 luglio del 2019. Ebbene sì, questa lunga vicenda processuale iniziata sette anni fa ha un nuovo capitolo grazie alla ostinazione dei suoi legali che hanno sfruttato ogni possibilità offerta dal codice di rito per accorciare la distanza al giorno in cui il ragazzo, ora ventiseienne, tornerà da uomo libero negli Stati Uniti. Nessun cavillo, nessuna volontà di sottrarsi al sistema giustizia, nessuna scorciatoia: è la legge a consentirlo. Tutto era iniziato quella tragica notte quando Finnegan Lee pugnalò a morte il militare dell’Arma. Con lui c’era anche Gabriele Natale Hjorth, condannato per il reato di concorso anomalo in omicidio a dieci anni e undici mesi, che sta scontando nel carcere romano di Rebibbia. Ma qual è la novità sopraggiunta due giorni fa?  Allora, dopo una lunga battaglia di circa due anni, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Procuratore Generale sull'incidente di esecuzione che i legali di Lee Elder avevano attivato per ottenere la riduzione di un sesto della pena. Ma ripercorriamo brevemente l’iter che ci ha condotti qui oggi. Il primo grado, a maggio 2021, si era concluso con una pesantissima sentenza: ergastolo e isolamento diurno per due mesi. L’imputato, al termine di quattro gradi di giudizio, era stato condannato invece in via definitiva a quindici anni e due mesi. Infatti, tramite corsi e ricorsi, i legali dei due giovani americani erano riusciti a modificare la narrazione di quella notte e ad ammorbidire le posizioni dei loro assistiti. Erano riusciti a far comprendere ai giudici che i due giovani non sapevano di trovarsi dinanzi a due carabinieri quando iniziarono con loro una colluttazione, nonostante la testimonianza del compagno di Cerciello, Andrea Varriale. E poi si sa che il giudice di primo grado tende ad essere più permeabile ad aspetti emotivi nella decisione legati alla “prossimità” della indagine. Più passa il tempo, più ci si allontana dal fatto più si rafforza invece la razionalità delle motivazioni.  La condanna a quindici anni e due mesi era stata possibile anche grazie al fatto che i suoi avvocati, pur essendo inizialmente stato contestato un reato per cui era prevista la pena dell’ergastolo, avevano comunque da subito richiesto la possibilità di accedere al rito abbreviato. Com’è noto, a causa di una legge introdotta dalla Lega nel 2019 e ritenuta pure legittima dalla Corte Costituzionale, per i reati puniti con la pena massima è vietato usufruire di quel rito alternativo. Tuttavia, gli avvocati ci avevano visto giusto in quanto, venute meno due aggravanti nel corso dei processi - quella di aver ucciso il carabiniere nella consapevolezza che fosse un carabiniere e quella relativa al nesso teleologico – e con esse la pena dell’ergastolo, la Corte di Appello di Assise di Roma a luglio 2024 aveva applicato uno sconto di un terzo della pena, recuperando la riduzione di pena per il rito abbreviato.  Rispetto a questa decisione non fu proposto ricorso ulteriore in Cassazione. Ma avendo potuto accedere al rito abbreviato e avendo rinunciato all’impugnazione gli avvocati hanno proposto il cosiddetto “incidente di esecuzione” per consentire, come prevede appunto la legge, un ulteriore sconto di pena di un sesto dinanzi alla seconda Corte di Assise di Appello di Roma. Il procuratore generale ha espresso invece parere contrario, ritenendo che lo sconto di pena non fosse applicabile quando il giudizio abbreviato è recuperato nelle fasi successive. La Corte invece ha accolto l’istanza della difesa ad ottobre 2025. La Procura generale, non soddisfatta, è ricorsa in Cassazione ma Piazza Cavour due giorni fa ha messo la parola fine alla questione rigettando il ricorso dell’accusa e dando quindi ragione alla difesa.  «Una pena finale di dodici anni e sette mesi ora ratificata dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione certamente avvicina maggiormente la sanzione alla giustizia, anche se da sempre ritenevamo si trattasse di un caso di scuola di legittima difesa putativa» commentano gli avvocati Renato Borzone, Roberto Capra, Alice Poeta.  «È un peccato tuttavia – hanno proseguito i tre difensori – che, come era accaduto nel processo di primo grado, ci si sia trovati di fronte al consueto accanimento della Procura Generale di Roma, che ha due volte impugnato le ordinanze di ben due diverse Corti d’Assise d’Appello che avevano riconosciuto il diritto alla riduzione di un sesto della pena sulla base di una giurisprudenza granitica che la Procura Generale ha inteso pervicacemente ignorare. Ma in fondo minuzie rispetto a quanto era accaduto nel dibattimento di primo grado con la condanna all’ergastolo». Adesso Finn Elder sta studiando nel carcere di Bollate, e ha già superato diversi esami con voti altissimi. «Paga sicuramente i suoi errori ma sta dimostrando di averli compresi» concludono i legali. Tutti ora si augurano che sui due ragazzi cada l’oblio, anche della politica che da destra (vedi il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italia) spesso ha contestato le decisioni dei giudici, tranne di quelli che avevano comminato l’ergastolo. 


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