Il caso di Don Mozzi
Angela Stella Unità 24 giugno 2026
È normale che il Dap abbia denunciato nel 2024 l’allora cappellano del carcere di San Vittore, Roberto Mozzi, per “rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio” avendo lui fatto un discorso pubblico sui suicidi in cella? Per il Ministro della Giustizia Nordio sì, è normale. Lo si evince da una risposta data qualche giorno fa ad una interrogazione parlamentare del Partito democratico. Ripercorriamo brevemente i fatti. Il 14 giugno 2024 durante la maratona oratoria sull'emergenza delle carceri indetta dagli avvocati dell’Ucpi sullo scalone del Palazzo di giustizia di Milano, l’allora Don Mozzi (ha ora lasciato il sacerdozio) aveva fatto alcune dichiarazioni relative a eventi critici verificatisi nell’istituto milanese. Il cappellano aveva elencato i suicidi di undici detenuti, chiamandoli per nome, descrivendo le modalità dei terribili gesti. Quelle parole finirono sulla stampa, in primis su Avvenire. L’articolo di Don Mozzi sul quotidiano della Cei iniziativa così: “Negli ultimi 24 mesi, a San Vittore si sono tolte la vita 12 persone. In pochi saprebbero dire i loro nomi e ricordare i loro volti. La parola d’ordine è ‘dimenticare’. Con rapidità ed efficienza tutto deve tornare alla normalità in poche ore, come se nulla fosse avvenuto. La morte va rimossa in fretta, perché parla. La morte scandisce parole di dolore e incuria. Da dieci anni lavoro qui come cappellano e la morte è sempre stata affrontata così: ‘custodiamo corpi vivi, dei morti non sappiamo cosa farcene: non ce ne parlate neanche…’”. E da lì elencò i nomi di quelle vite spezzate sotto la responsabilità dello Stato e anche alcune domande polemiche: “Come è possibile che una persona con disturbo psichiatrico in fase acuta sia collocato in isolamento disciplinare, da solo, con il blindo chiuso, di notte?”. Quell’uomo morirà impiccato. “Feci quell’intervento”, ci spiega oggi Roberto, “perché i suicidi non si fermavano e perché da tempo molti operatori, me compreso, chiedevano con insistenza che si trovassero alternative all’uso del gas per cucinare, per i soggetti a rischio, ma i nostri appelli erano rimasti inascoltati e i reclusi continuavano a morire”. Il Dap non gradì tutta quella attenzione. E così il Provveditore regionale di Milano segnalò alla Procura della Repubblica i contenuti delle dichiarazioni rese. Il gip accolse poi la richiesta di archiviazione del procedimento fatta dalla procura del capoluogo lombardo, si ricorda nella risposta all’atto di sindacato ispettivo. Tuttavia Nordio non ha risposto alla domanda posta in primis dalla deputata Serracchiani: “se il Ministro interrogato sia a conoscenza dell'iniziativa intrapresa dal Ministero medesimo, e se, dunque, ritenga consueto, legittimo o quantomeno opportuno, che il Dap arrivi addirittura a denunciare un cappellano alla magistratura per rivelazione di segreti d'ufficio per quella che è invece risultata come una legittima contestazione nell'ambito dell'analisi dell'allarmante fenomeno dei frequenti suicidi in carcere”. Anzi la risposta all’interrogazione si conclude sostenendo che l’Arcivescovo di Milano, un mese dopo quella maratona oratoria, aveva sostituito don Mozzi con un altro cappellano. Messa così parrebbe quasi che Mozzi fosse stato cacciato. In realtà, come lui stesso ci ha detto, “avevo chiesto io al vescovo tempo prima di lasciare l’incarico per motivi estranei a questa vicenda. A dimostrazione del nostro buon rapporto, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha firmato la prefazione al mio recente libro”. Si tratta di “Fuorilegge. Quando la pena tradisce la giustizia”, edito da ‘In dialogo’ dove Roberto Mozzi racconta “dieci anni a San Vittore, tra la nuda realtà delle sezioni detentive e il ‘tradimento’ del dettato costituzionale, dove la realtà del carcere sfida la verità della giustizia”. Un testo di forte denuncia mai fine a se stessa. Una parte dei proventi del libro andranno, tra l’altro, alla Valle di Ezechiele, cooperativa sociale, nata su impulso di Don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, Kayros, fondata da Don Claudio Burgio, Fondazione Arché, fondata da padre Giuseppe Bettoni.
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