Intervista a Raffaele Cantone

 Valentina Stella Dubbio 18 giugno 2026

Raffaele Cantone, procuratore capo di Salerno, che giudizio complessivo dà alle nuove linee “Linee-guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale” elaborate dal Csm?

Le precedenti linee guida del Csm in materia erano state adottate nel 2018 e, per quanto fossero molto ben scritte, erano comunque precedenti la riforma della presunzione di innocenza e quindi era opportuno un loro aggiornamento. Nel 2018, però, l’adozione era stata preceduta da un lungo lavoro istruttorio, da audizioni e anche dall'istituzione di un’apposita commissione formata da esperti che aveva dato importanti suggerimenti. Questa volta, invece, il CSM ha deciso di intervenire in modo unilaterale e forse con un po’ di fretta pur di approvarle.  Ciò detto il giudizio che ne do è complessivamente positivo, sia pure con qualche perplessità su alcuni aspetti.

Quali aspetti?

Una mia perplessità l’ho già espressa sul metodo dell’approvazione. L’aspetto che credo desti più perplessità riguarda la scarsa chiarezza delle linee guida sulla possibilità di dare ai giornalisti gli atti pubblici, a partire dalle ordinanze cautelari. Un principio che io credo fondamentale per consentire ai giornalisti di fare anche in modo indipendente il loro lavoro. Si comprende chiaramente come il documento consiliare sia il frutto di un compromesso laddove invece sarebbe stata opportuna una presa di posizione chiara.

Come mai secondo lei proprio adesso, soprattutto dopo la vittoria al referendum e anni di “violazione” della presunzione di innocenza, la magistratura si preoccupa di tutelare la reputazione degli indagati e degli imputati?

Onestamente non vedo alcun nesso con il referendum. Il tema della comunicazione istituzionale è ormai un argomento centrale del sistema giustizia tanto che la scuola della magistratura stabilmente l’ha inserito nei suoi corsi degli ultimi anni. Dopo la riforma legislativa del 2021 e dopo gli orientamenti in materia della Procura generale della cassazione del 2022 era indispensabile la voce del CSM. E non è giusto dire che il CSM si occupa solo ora della reputazione degli imputati. Nel 2018, già prima della riforma della presunzione di innocenza, erano state date prescrizioni molto importanti a tutela degli imputati.

Andando più nel dettaglio, come valuta quanto previsto per gli uffici requirenti, in particolare alle “comunicazioni di aggiornamento relative a sviluppi del procedimento o del processo che rendano necessario rettificare, integrare o riequilibrare il quadro precedentemente rappresentato”?

L’obbligo di rettifica così come previsto nella versione finale delle linee guida mi sembra ragionevole, perché impone alle procure di disporle per tutti i fatti nuovi che dovessero intervenire durante la fase delle indagini, in funzione di riequilibrio rispetto alla prima comunicazione. Il primo testo era invece irragionevole perché imponeva alle procure obblighi anche per procedimenti che si trovavano in fase diversa. Fra l’altro l’obbligo di rettifica sembra essere imposto solo quando nei comunicati vengono citati i nomi degli indagati e molti uffici, invece, quasi mai indicano i nomi e ciò attutirà i problemi pratici.

Alcune testate parlano di “autobavaglio” da parte del Csm. Condivide questa affermazione, considerato che invece le informazioni si moltiplicano eventualmente nei successivi gradi di giudizio?

Questa critica mi pare eccessiva anche se è stata avanzata soprattutto con riferimento al primo testo delle linee guida che era oggettivamente problematico. Io credo, invece, che ci siano nel documento consiliare delle novità importanti che vanno verso una maggiore trasparenza nella comunicazione istituzionale, prevedendo, ad esempio la possibilità, se non un vero e proprio obbligo, di pubblicare i comunicati sui siti delle procure, cosa che per esempio io avevo sempre fatto quando ero procuratore a Perugia e che ho cominciato a fare anche a Salerno. In tal modo si consente anche agli interessati, compresi gli indagati, di conoscere la comunicazione ufficiale.

Come pretesto per parlare di bavaglio si è preso un comunicato del 12 giugno della procura di Reggio Calabria, che in una nota si è limitata a indicare il titolo di reato con il solo relativo articolo del codice penale, senza aggiungere ulteriori dettagli. Che ne pensa?

Il procuratore di Reggio Calabria, che fra l’altro è il mio predecessore a Salerno ed è un magistrato che stimo moltissimo, conoscendolo credo abbia voluto fare una sorta di provocazione soprattutto in questa prima fase di entrata in vigore delle linee guida, in un momento in cui vi è ancora un po’ di incertezza sulla loro portata. Sono sicuro che nei prossimi comunicati non farà la stessa cosa! Per quanto mi riguarda io continuo come ho sempre fatto. Proprio stamattina ho pubblicato sul sito due comunicati con cui ho riferito gli esiti di indagini ritenute rilevanti.

Non è che dietro le critiche alle linee guida da parte di certa stampa e di qualche suo collega procuratore ci sia l’incapacità di dire di aver sbagliato?

Io credo che la preoccupazione non è quella di dover fare autocritica ma quella di essere gravati, come procure, da oneri e pesi eccessivi. Credo invece che la rettifica debba essere vista come una manifestazione di trasparenza e di onestà intellettuale e non certo come l’ammissione di una sconfitta, ovviamente nei limiti in cui un obbligo del genere sia esigibile, cosa che non avveniva nel primo testo delle linee guida.

Nino Di Matteo sul Fatto Quotidiano critica la norma: “Con l’auto-bavaglio avrebbero punito Falcone e Borsellino”. Che ne pensa? Non dovremmo smettere di scomodare i morti per sostenere le nostre idee?

 

Condivido con lei che non bisogna scomodare i morti per sostenere le nostre idee. L’ho più volte detto durante la campagna elettorale per il referendum e non posso che coerentemente ribadirlo adesso. Ovviamente rispetto il pensiero di Nino di Matteo così come ho rispettato quello di chi evocava Falcone e Borsellino in campagna elettorale.

Davanti ai casi come quello di Garlasco non crede che deontologia, sanzioni, nuove regole non servano se non cambia la cultura di magistratura, avvocatura, polizia giudiziaria e giornalisti?

Non me la sento di dare un giudizio su una vicenda così complicata anche se non mi è assolutamente piaciuta la gestione di questa informazione giudiziaria che mi è sembrata irrispettosa oltre che della presunzione di innocenza anche del dolore dei familiari della vittima. Mi pare, però, che in questo caso nulla si possa dire nei confronti dei magistrati inquirenti. Nessuno li ha mai visti in viso e non mi risulta che abbiano mai parlato se non, in qualche caso, ritualmente attraverso comunicati.

 

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