Intervista a Nicola Russo
Valentina Stella Dubbio 20 giugno 2026
Nicola Russo, giudice alla Corte di Appello di Napoli, lei cosa ha votato al referendum sulla separazione delle carriere?
Convintamente No ed ero iscritto al relativo comitato.
È iscritto o è stato iscritto a qualche corrente?
Entrato in magistratura nel 1997, sono stato per breve tempo iscritto a Md, dalla quale sono uscito perché non condividevo l’impostazione del gruppo napoletano. Successivamente ho aderito a Unicost. Sono stato però spesso critico verso la linea maggioritaria e, col tempo, ho lasciato il gruppo, pur continuando a seguire la vita associativa. Rimango iscritto all’ANM.
Ha fatto parte del comitato scientifico del CSM e poi del Consiglio direttivo della SSM ed è stato anche Capo dipartimento al ministero della giustizia con la Cartabia. Un professionista capace che le correnti hanno premiato?
Dalle mie parti c’è un detto per indicare che la domanda andrebbe fatta ad un soggetto diverso rispetto a chi rischierebbe di dare una risposta interessata: «Acquaiuolo, l’acqua è fresca?». Cercherò di rispondere con onestà intellettuale. Gli incarichi scientifici sono arrivati attraverso selezioni nazionali. Al CSM la mia candidatura fu sostenuta contro il parere del gruppo napoletano di Unicost. Alla SSM arrivai grazie al voto di più componenti del Consiglio e dopo un lungo percorso accademico e formativo. La nomina a Capo Dipartimento fu invece una scelta personale della ministra Cartabia, quando ormai non appartenevo più ad alcuna corrente.
Le correnti sono centri culturali o anche gruppi di spartizione del potere?
Le correnti, come tutti i corpi intermedi, sono organismi fondamentali per l’elaborazione del pensiero associativo e per la selezione delle rappresentanze. Tuttavia, da più di un decennio, questa funzione è stata sempre più marginalizzata, lasciandosi prevalere – senza un vero sostrato di contenuti- la funzione di promozione delle candidature a ruoli professionali o di rappresentanza.
Tre gruppi associativi su quattro (Unicost, Area e Magistratura Indipendente) hanno già individuato i candidati per il prossimo Csm. Crede che ci sia stata una svolta nel metodo di selezione?
Temo di no. Dopo il referendum occorreva un momento di seria riflessione cui facesse seguito una scelta operativa coerente: la collettività ci ha consegnato un risultato che non è consacrazione di una nostra vittoria. Ci ha detto (sia con il No ma, per certi aspetti, anche votando Sì) che ciò che conta di più è che la magistratura sia indipendente e che ogni magistrato, nell’esercizio del difficilissimo compito del decidere, faccia manifestazione di quella indipendenza che deriva dalla collocazione autonoma della giurisdizione tutta nella carta costituzionale. Indipendenza da ogni altro potere, compreso quello giudiziario. Anzi, il giudice deve riuscire ad essere indipendente anche da se stesso. Io mi sarei aspettato che i gruppi e l’ANM nel suo complesso avessero uno scatto di responsabilità, dimostrando – con un radicale cambio di metodo- di aver colto quel segnale.
Non è apprezzabile che AreaDg abbia fatto delle primarie?
Sicuramente qualsiasi iniziativa che allarghi la base dell’elettorato passivo è positiva. Tuttavia, se le primarie le svolge un solo gruppo e se a queste partecipano solo gli aderenti al medesimo gruppo, non credo che si vada molto lontano. Avrei preferito un’iniziativa nazionale promossa dall’ANM e declinata in sede multidistrettuale nella quale si potesse addivenire a delle candidature condivise da tutta la categoria per la particolare autorevolezza dei proposti o comunque con una scelta “senza steccati”. So bene che anche ora è possibile per ciascun magistrato proporre la propria candidatura, però è evidente che il singolo ben difficilmente potrà reggere il confronto con i candidati del gruppo che hanno canali di raccolta del consenso molto più strutturati.
Come giudica il fatto che tre ex vertici Anm – i già Segretari Giuliano Caputo e Salvatore Casciaro e l’ex presidente Eugenio Albamonte – ‘rischino’ di ritrovarsi al Csm?
Al di là del valore degli stessi, credo che la scelta di un gruppo di candidare ad un ruolo, come quello di consigliere del CSM, che richiede grandi doti d’indipendenza anche verso l’interno della magistratura, colleghi che hanno avuto in seno alle singole correnti incarichi di massima rappresentanza “politica” sia una dichiarazione di debolezza e non di forza o di coesione. Vuol dire che la capacità culturale del gruppo si sta esaurendo progressivamente e che, per assicurarsi il consenso dei colleghi, non resti che puntare sui candidati ritenuti più affidabili per la continuità di azione della corrente all’interno del Consiglio. Questo porterà però a riprodurre esattamente in quel contesto gli schemi di rapporto e la radicalizzazione di posizioni che si vive nel confronto associativo.
Tuttavia ci sono nelle liste molti nomi sconosciuti: non è però questo un segnale di svecchiamento e cambiamento?
Occorre, innanzitutto, distinguere lo “sconosciuto” per i media dallo “sconosciuto” nella comunità dei magistrati. La visibilità interna, che deriva sia dall’impegno associativo non enfatizzato dal rapporto con la stampa sia dall’autorevolezza professionale, è cosa diversa dalla notorietà diffusa. Sconosciuti, come lei ha detto, non mi pare che ce ne siano tra i candidati di cui ho sentito parlare finora.
Nessuno vuole parlarci mettendoci la faccia. Secondo lei perché?
Posto che il tema del malcontento riguarda non i nomi ma il metodo, tuttavia, esso passa sotto traccia sia perché la magistratura di oggi vive le medesime frustrazioni di tutta la collettività globalizzata e, quindi, pochi sono disposti ad esporsi per la difesa di questioni che non siano strettamente individuali, sia perché quella frustrazione li porta a convincersi che questo sistema di cose non sia modificabile. Io personalmente credo nell’ottimismo della ragione ed ho smesso di avere paura tanto tempo fa, confrontandomi col dolore della perdita di un figlio. Non mi può capitare nulla che sia peggio di questo. Poi ricordo sempre la domanda che si poneva Aristotele «chi ha detto che i più hanno sempre ragione?»
Che ne pensa dell’iniziativa di Altra proposta che ha sorteggiato i candidabili dinanzi ad un notaio?
Non ho mai creduto al motto “uno vale uno”. Anche questa sarebbe una dimostrazione di fallimento per una categoria che ogni giorno si assume la responsabilità di decisioni ben più impegnative della scelta di un rappresentante al CSM. Se non siamo in grado di scegliere secondo criteri eticamente orientati e di equità i migliori componenti, allora siamo davvero messi male.
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