L'Ucpi si guarda dentro
Valentina Stella Dubbio 1 aprile 2026
Da dove ricomincia l’Unione delle Camere Penali, dopo la sconfitta al referendum? Da un programma e da nuove persone? La domanda sorge spontanea perché qualcuno – una minoranza ad essere sinceri – sia dentro che fuori l’avvocatura vorrebbe un passo indietro di Francesco Petrelli e della sua giunta. Invece altri ci sussurrano che «il punto non è il presidente, non dobbiamo fare l’errore di guardare alle persone ma proporre un progetto politico». Ma quale? Qualcuno molto ottimista sostiene che «non è venuto meno il nostro scopo sociale, ossia il tema della separazione: 12 milioni e mezzo di italiani vogliono la riforma». Ma, facciamo notare, l’analisi post voto ci dice che il punto critico è stato proprio il sorteggio: «ripartiamo da lì con una formula più sfumata» del lancio dei dadi, ci risponde un difensore. «Con lo scarto del referendum costituzionale di Renzi avrei mollato» ci dice un altro avvocato ma «due milioni di voti non mi spaventano molto» commenta. Anche perché, ha aggiunto forse denigrando gli elettori, «il popolo è stato truffato dalla propaganda dell’Anm. Mentre noi avvocati siamo spesso stati considerati come quelli che difendono i cattivi. Ma adesso abbiamo capito chi è l’Anm e abbiamo preso delle misure» ci dice con vigore questo legale. Però qualche merito a giudici e pm va dato oppure no? «Il cittadino ha più paura del politico che schiaccia il magistrato che del magistrato che non paga per i propri errori» ci spiega un altro avvocato «e il messaggio lanciato dal Comitato Gusto dire No per cui se fosse passata la riforma i giudici sarebbero finiti sotto il controllo del Governo è stato ahimé efficace». Ma un po’ di sana autocritica? «Intanto il 1° aprile (oggi per chi legge, ndr) è organizzata su zoom una riunione con Petrelli, i presidenti delle camere penali territoriali, i responsabili degli osservatori e dei comitati regionali. Sarà il primo momento di confronto. Poi il 18 ci sarà il Consiglio delle 129 camere penali a Roma (a porte chiuse, mica come i Cdc dell’Anm, ndr) e ci vedremo di persona perché è necessario guardarci in faccia» ci spiegano ancora. Qualcuno invece vorrebbe convocare un congresso subito: opzione non molto percorribile al momento, visto che in autunno già ci terrà la solita assise da cui però non dovrebbe uscire la nuova dirigenza. Sì, ma avete sbagliato qualcosa? «Per quanto mi riguarda – ci dice ancora un avvocato – non ho nulla da recriminarmi. La mia Camera penale ha lottato ventre a terra». E però sui social qualche malumore sale. Ad esempio Vinicio Nardo ha scritto su Facebook: «La buona comunicazione costa. La magistratura ci ha investito tanti soldi e ha fatto bene, una volta che ha deciso di infrangere il diaframma retorico che la vorrebbe commensale solo di sé stessa». Il riferimento è alla relazione tenuta sabato al Cdc dell’Anm da parte del magistrato Domenico Pellegrini sulla strategia messa in atto: dai sondaggi commissionati momento per momento, agli studi su come portare i voti in base ai vari mezzi di comunicazione, prendendo in prestito le strategie di Obama sui social e il porta a porta stile Mamdani con 2500 incontri in tutta Italia, all’acquisto di pagine di giornale laddove poco presenti come nel Nord Ovest. Insomma una vera macchina da guerra da far invidia a quella dei partiti. «Noi avvocati – ha proseguito Nardo – non so, nel senso che non so quanto abbiamo speso, mentre ho la sensazione che la corsa a creare comitati per il Sì ci abbia deresponsabilizzato nella raccolta di risorse, ciascuno confidando nella variegata moltitudine scesa in campo. In futuro, toccherà fare qualche convegno in meno sulla verità e molti seminari in più sulla comunicazione». Ha rincarato la dose Marco Siragusa: «C’era una proposta congressuale che proponeva che ciascuna camera penale impegnasse 10.000 euro. Avremmo avuto - si sosteneva - 1,3 milioni da spendere in comunicazione. Se non si è ancora capito il “no” ha vinto così, ed ha stravinto con i giovani su tik-tok. Tornando alla proposta, ha ricevuto sorrisi di compassione». C’è qualcuno che non gradisce però che i panni sporchi si lavino in pubblico: «Le recriminazioni non si fanno su Facebook. Non vanno bene le fughe in avanti». Noi intanto abbiamo chiesto all’Ucpi quanto si sia investito nella campagna ma ci è stato risposto che su questo verrà fatta una relazione a metà aprile. Speriamo venga resa pubblica. Così come le decisioni vengano massimamente condivise visto che qualcuno non ha apprezzato che siano stati lanciati gli Stati generali appena il giorno dopo l’esito referendario. Altri, invece, provano di più a guardarsi dentro con spirito critico: «Bisogna ammettere che ci siamo fidati troppo della politica. Una maggioranza che poi però è andata in ordine sparso sui messaggi agli elettori e ci ha fatto perdere. Forza Italia nel mito di Silvio, la Lega non pervenuta, Fratelli d’Italia con l’incubo di migranti, stupratori e ladri di bambini. Avremmo dovuto fare di più, investire di più proprio per affrancarci dai nostri compagni di viaggio» ci dice un avvocato. Mentre un altro ha un rimpianto: «avremmo dovuto fare una campagna più nel merito della riforma che contro i magistrati, questo è stato un nostro errore». E un altro ancora: «alcuni colleghi come me del Sì hanno riempito le loro bacheche prendendo in giro l’avversario, schernendo persino i “15 volenterosi” che hanno raccolto le 500 mila firme. Si ergevano a Cassazionisti e Costituzionalisti e alla fine il risultato qual è stato? Che grazie ai “15 volenterosi” il fronte del No è riuscito non solo a far modificare il testo del quesito ma soprattutto ad avere altri venti giorni di campagna per recuperare mentre noi non siamo stati neanche in grado di partecipare alle tribune elettorali. Forse sarebbe servita più umiltà» chiude un avvocato.
Commenti
Posta un commento