Minetti, che pasticcio. La Procura di Milano: «Noi poco perspicaci»

Valentina Stella Dubbio 29 aprile 2026

Un nuovo scontro politico, un ulteriore pezzo sulla scacchiera del “fantadiritto”. Ci eravamo lasciati con il Capo dello Stato Sergio Mattarella costretto a promulgare la legge di conversione del decreto sicurezza e a emanare contemporaneamente il relativo decreto correttivo dopo giorni di aspre polemiche. Adesso maggioranza e opposizione si scontrano sull’inchiesta del Fatto Quotidiano che solleva diversi interrogativi sulla concessione della grazia a Nicole Minetti, al punto da farne ipotizzare una revoca, ipotesi mai verificata sui medesimi presupposti.

La tensione ha come costante, e indebito, epicentro il Quirinale, che ha chiesto chiarimenti al ministero della Giustizia. E nell’occhio del ciclone c’è ora il guardasigilli Carlo Nordio. I gruppi di opposizione a Palazzo Madama hanno chiesto un’informativa del ministro. «Non era mai successo che un fascicolo inviato al Quirinale fosse opaco, pare che sia così», ha detto il capogruppo dem Francesco Boccia. «Penso che la misura sia colma e che non possiamo più permetterci di avere un ministro della Giustizia che fa la foglia di fico», ha detto invece il deputato di +Europa Riccardo Magi. Anche Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, ha chiesto le dimissioni di Nordio.

Di diverso avviso Matteo Renzi: «Per me quella che si deve dimettere ha un nome e un cognome, Giorgia Meloni. Se il problema fosse Nordio in qualche modo la portiamo a casa. Il problema è che in quel governo sembrano impazziti tutti».
A difendere il guardasigilli, il neopresidente dei deputati azzurri Enrico Costa: «Le polemiche dell’opposizione contro il ministro non stanno né in cielo né in terra». Finché la stessa premier Giorgia Meloni ha dichiarato: «Mi fido del ministro Nordio».

Al di là della inevitabile polemica politica resta da capire cosa non abbia funzionato, se davvero qualcosa è andato storto, tra inchieste ad hominem e ingenuità politiche di chi avrebbe dovuto maneggiare con più cura la questione. Partiamo dal fatto che Thomas Mackinson, autore per il Fatto degli articoli su Nicole Minetti, intervistato da Radio1 Rai, ha ammesso di non essere stato in Uruguay: «Ho fatto quello che si poteva fare da qui: mi sono attaccato al telefono e ho iniziato a chiamare la Procura locale e tutti quelli che ruotavano intorno alla proprietà (di Cipriani e Minetti, ndr), ho parlato con persone che hanno vissuto o lavorato lì, che sono state a contatto con questa coppia». Avremmo tutti noi pubblicato un articolo di tale importanza senza aver guardato negli occhi le nostre fonti e i protagonisti?

L’iter per la grazia


Ripercorriamo brevemente l’iter per ottenere la grazia. L’articolo 87 della Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica può concedere grazia e commutare le pene. La domanda di grazia è diretta al Capo dello Stato ma ad occuparsene è il ministero della Giustizia, in particolare la direzione generale degli Affari interni, reparto II che, tra l’altro, “coordina gli adempimenti istruttori, raccogliendo i pareri delle autorità giudiziarie”, in questo caso la Procura generale di Milano, “esamina le risultanze dell’istruttoria, richiede le necessarie integrazioni, valuta i risultati dell’istruttoria al fine di fornire al ministro gli elementi necessari per formulare il proprio avviso al Presidente della Repubblica”.

Quello che sappiamo fino ad ora è che, come ci ha spiegato anche il sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa, «il ministero nella delega di indagini non ha negato né disposto rogatorie» per andare a svolgere verifiche oltreoceano.
Sulle modalità delle procedure, il viceministro Francesco Paolo Sisto ha chiarito che via Arenula non ha effettivi poteri d’indagine e che, di seguito al parere favorevole della Procura, ha formulato anch’esso «un parere favorevole non vincolante, trasmesso alla Presidenza della Repubblica». Da parte sua la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha dichiarato: «Abbiamo agito sulla base della delega del ministero, delega classica attivata in casi simili. Non ci interessa ciò che dicono di noi, abbiamo la coscienza a posto e sappiamo cosa fare e abbiamo fatto gli accertamenti. Il ministero li ha ritenuti idonei per il proprio parere e la Presidenza della Repubblica li ha ritenuti sufficienti. Ora l’interesse di tutti è chiarire i fatti. Siamo stati diligenti, magari non perspicaci».


Difficile chiarire se, e da parte di chi, vi siano stati errori. Tutti gli uffici preposti a valutare gli incartamenti, tra Milano e Roma, hanno ritenuto non necessario effettuare un “supplemento d’indagine”. Certo, il dossier Minetti era ad alto “rischio mediatico”, considerato che la storia giudiziaria della donna è legata a quella politica di Silvio Berlusconi. E se invece tutti gli attori della vicenda avessero semplicemente guardato le carte quasi offuscando quel cognome e si fossero concentrati, senza pregiudizio, sulla “questione umanitaria” legata al figlio adottivo? In fondo se al posto di Nicole Minetti ci fosse stato Mario Rossi non ci si sarebbe posti la necessità di guardare oltre le carte, come qualcuno pretende adesso che si fosse fatto.

Quello che sappiamo è che sicuramente la domanda è stata presentata dopo il 16 aprile 2025, data indicata nella istanza presentata dall’avvocato Antonella Calcaterra come «ultimo periodo di controllo» medico a cui si è sottoposto il figlio adottivo di Minetti. La grazia è stata concessa a febbraio 2026. L’istruttoria è durata dunque circa nove mesi, un tempo giudicato congruo per questo tipo di atti. Intanto però la Procura generale di Milano ha avviato «con urgenza» una serie di «accertamenti» da effettuare «a tutto campo» anche «attivando l’Interpol» sui «fatti gravissimi» emersi in relazione al caso. Lo hanno spiegato sempre Nanni e Brusa, sottolineando che eventuali nuovi elementi «potrebbero portare a una modifica del nostro parere» sulla grazia.

Insomma, la Procura si rimette in gioco. Non si escludono rogatorie. Da lì poi ripartirebbe la macchina burocratica prima verso il ministero e da lì al Quirinale per valutare se revocare l’atto di clemenza. Come stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 200 del 2006, al Capo dello Stato compete la decisione finale sulla concessione. E di conseguenza, come ha spiegato il costituzionalista Stefano Ceccanti, anche sull’eventuale revoca: «Un atto basato su fondamenti erronei è un atto nullo. Credo che possa reggere il principio di un atto uguale e contrario da parte di chi ha concesso la grazia. Quindi potrebbe esserci, nell’eventualità, un decreto del Presidente della Repubblica». Altra conseguenza: qualora l’istanza di grazia si rivelasse fondata su elementi incongruenti e non veritieri, potrebbe essere aperto dalla Procura di Milano un fascicolo di indagine a carico dell’ex igienista dentale.

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