Intervista a Luigi Manconi
Angela Stella Unità 22 aprile 2026
Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici e già presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, è editorialista di Repubblica e presidente di A Buon Diritto. Il suo ultimo libro è La scomparsa dei colori, dove racconta la sua esperienza di perdita della vista.
Siamo al quarto decreto sicurezza di questo Governo. Siamo un Paese così insicuro?
Nel 2025 gli omicidi volontari in Italia sono scesi sotto il numero di 300, il più basso in Europa. Erano 1476 nel 1992. Parallelamente sono diminuite tutte le fattispecie penali, tranne alcune che hanno registrato un modesto incremento negli ultimi tre anni. L'Italia è dunque un Paese che non attraversa alcuna particolare emergenza criminale. Quindi possiamo dire che non c'è alcun collegamento tra politiche penali allarmistiche e dati di realtà.
Allora perché fare tutti questi decreti sicurezza?
Nascono da più ragioni. La prima è, per così dire, di natura culturale. Rispetto ai fenomeni di devianza e di trasgressione, che non riesce ad affrontare - e ancor prima a comprendere - con strumenti sociali, culturali e politici, la destra reagisce ricorrendo all'unico mezzo che sembra conoscere: ossia la repressione penale. Ecco, qui stanno le radici del ‘panpenalismo’ e del ‘populismo giudiziario’, così importanti nel programma politico della destra.
E le altre?
Come dicevo, alcuni reati in effetti hanno registrato una crescita negli ultimi tre anni, dovuta appunto al fatto che le politiche del Governo, concentrandosi pressoché esclusivamente su strumenti penali, hanno lasciato dei vuoti significativi sul terreno della prevenzione, della formazione, dell'educazione e della socializzazione. In questi vuoti è inevitabile che crescano i reati.
La terza ragione?
È quella legata alla propaganda. La destra dimostra di non aver compreso in alcun modo cosa siano i flussi migratori che attraversano il nostro pianeta. Ne è spaventata, fino alla paranoia, e proprio non arriva a comprenderli. Ne vede solo la dimensione minacciosa legata al fantasma dell’invasione e alla mitologia farlocca della sostituzione etnica. Dunque trova comodo accreditare e diffondere l'equazione tra presenza straniera e criminalità, smentita da ogni dato scientifico. Pertanto tende a enfatizzare quello che, certo, è un problema reale, l'immigrazione irregolare, ma che richiede strumenti ben diversi dalla moltiplicazione dei centri per il rimpatrio in terra straniera. D'altra parte, come accade da sempre e come accade in tutto il mondo, è inevitabile che gli stranieri irregolari determinino un tasso di criminalità maggiore di quello dei cittadini autoctoni integrati. È successo un secolo fa con gli italiani in Germania e con gli europei negli Stati Uniti.
A proposito di questioni migranti, sta facendo molto discutere l'eliminazione del gratuito patrocinio avverso i ricorsi di espulsione e l’incentivo all’avvocato che convince lo straniero a ‘remigrare’.
Io trovo stupefacente che nell'intero schieramento politico dei favorevoli al Sì per la separazione delle carriere, con la sola eccezione degli avvocati, nessuno, ma proprio nessuno, dei sedicenti garantisti abbia fatto sentire la propria voce in queste ore. Nessuna critica, nemmeno la più flebile, contro questa che è un vera e propria lesione dello Stato di diritto. Ciò conferma per l'ennesima volta il fatto che il garantismo della destra si riduca a una manifestazione classista, legata alla tutela dei privilegi. In questo caso a essere colpita da una norma giustizialista è la persona migrante: e tutta intera la destra, senza eccezione alcuna, non trova ragione per criticare questo provvedimento. Ma è davvero una scelta autolesionista perché sia l'alterazione del ruolo del legale ridotto a “cacciatore di taglie”, sia l'abrogazione del gratuito patrocinio rappresentano davvero un attacco alla parità di trattamento di fronte alla legge e al diritto alla difesa.
Per carità! La ritengo una misura pericolosissima destinata a produrre casini inenarrabili. Ma ci rendiamo conto di come in ambienti dove le persone sono agevolmente ricattabili, sottoponibili a pressioni e i cui diritti sono precari e difficilmente esigibili, l'agente provocatore possa costituire un produttore di crimini e non uno strumento di tutela da essi?
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