Intervista a Ennio Amodio

 Valentina Stella Dubbio 21 aprile 2026


Professore avvocato Ennio Amodio il ddl di conversione del decreto sicurezza prevede la cancellazione del gratuito patrocinio per i ricorsi contro i decreti di espulsione. Che ne pensa?

È una riforma chiaramente orientata alla disincentivazione dei ricorsi da parte dei migranti contro la loro espulsione. Viene così ad essere violato il principio secondo cui chiunque non abbia a disposizione un supporto economico per garantirsi la difesa deve poter usufruire del gratuito patrocinio. Non rileva che si tratti di uno straniero perché la misura di sostegno pensata come forma di assistenza sociale deve essere garantita a tutti anche a coloro che per la prima volta hanno messo piede nel nostro territorio e vogliono restarci per fuggire dalle prevaricazioni o dalla miseria.

 

Allo stesso tempo prevede una remunerazione per "il rappresentante legale munito di mandato" che convinca un migrante al rimpatrio volontario. Innanzitutto stiamo parlando di un di un avvocato, perché qualcuno pone in dubbio questo aspetto.

Evidentemente qualche “garzone del legislatore” vuole applicare il diritto promozionale ai patrocinatori legali. Il messaggio che scaturisce dalla nuova norma è inequivocabile: si vuole spingere chi offre l’assistenza legale al migrante a convincerlo a tornare in patria per farne venir meno la sua “sgradita” presenza nel territorio italiano.

 

E cosa pensa della previsione normativa nello specifico?

È una norma che tradisce la figura dell’avvocato così come delineata dal pensiero liberale e calata ora nella architettura del regime democratico fondato dalla nostra Costituzione. Si vuole imporre infatti ai legali di indossare una toga tricolore incompatibile con quella senza un colore definito. Nelle norme processuali e nella carta fondamentale prevale l’interesse primario dell’assistito ad ottenere una piena tutela del suo diritto di libertà. Insomma, si vuole mettere l’avvocato al servizio di un interesse pubblico così da trasformarlo in un professionista il cui impegno dovrebbe essere anzitutto quello di rimanere fedele ai programmi delineati dal potere pubblico.

 

Si tratta di due facce della stessa medaglia ossia una sorta di incentivo alla "remigrazione"?

Non c’è dubbio che i due orientamenti espressi dalla abolizione del gratuito patrocinio e dal premio per l’avvocato “virtuoso” siano espressione di un unico traguardo connaturale alla strategia della maggioranza di destra. Si vuole, da un lato, ostacolare il migrante che si ostina a voler rimanere in Italia nonostante l’espulsione e, dall’altro lato, spingere chi è sbarcato in casa nostra a ritornare volontariamente nella sua terra di origine aiutandolo con la moral suasion del patrocinatore a superare ogni esitazione al riguardo. Si tratta in definitiva di interferenze arbitrarie nelle scelte di chi ha messo piede nel nostro territorio così da far trionfare l’imperativo del “statevene tutti a casa vostra”.

 

Alcuni commentatori hanno parlato di una maggioranza che desidera un avvocato addestrabile con poco denaro e "collaborazionista" delle politiche migratorie del Governo. Condivide?

Sono d’accordo e aggiungerei che se l’avvocato, con il premio quasi in tasca, costringe il migrante a ritornare in patria, rischia di commettere il reato di patrocinio infedele previsto dall’art. 380 del codice penale. Se infatti il suo assistito dovesse rivelare che il patrocinatore ha fatto pressioni fino a farlo desistere dal suo proposito di rimanere in Italia, si potrebbe configurare quel “nocumento” che la norma prevede come elemento costitutivo della condotta meritevole di essere punita.

 

Ci sono profili di incostituzionalità?

Non c’è dubbio che la norma che crea un avvocato in sintonia con gli obiettivi del Governo ritaglia i contorni di una figura professionale incompatibile con l’art. 24 della Costituzione. Si è sempre riconosciuto che la inviolabilità attribuisce al diritto di difesa un rango prioritario rispetto ad ogni altro valore anche di natura pubblica. Deve quindi ritenersi illegittima la norma che assegna un ruolo “paragovernativo” dell’avvocato perché ne mortifica l’indipendenza e apre un pericoloso scenario che ricorda quello degli Stati impegnati a disegnare un ruolo del professionista legale allineato ai comandi e agli obiettivi del potere politico.

C’è un curioso precedente che può offrire spunti di riflessione sul tema su cui il nostro Parlamento è oggi impegnato. Per lungo tempo in uno stato del sud degli USA è stata applicata una normativa che premiava il giudice di pace con un buon compenso quando emetteva un mandato di arresto. Se invece negava il provvedimento cautelare richiesto dal prosecutor, non riceveva alcun riconoscimento economico. Da qui era scaturito un vertiginoso aumento dei warrents of arrest propiziato dalla promozione del carcere preventivo. La Corte Suprema americana ha poi spazzato via questa indecorosa giustizia penale ritmata dal miraggio dei dollari.

Come si vede, dunque, l’incentivazione a suon di premi di denaro non giova affatto alla attuazione del giusto processo.

 

La maggioranza è riuscita nella difficile impresa di mettere d'accordo avvocatura e magistratura contro queste norme. Incredibile a poco tempo dall'esito referendario.

Sì, è stato proprio un risultato eccezionale, ma c’è da dire che anche i magistrati hanno subito compreso che un avvocato asservito al potere politico finisce per inquinare qualsiasi procedimento giudiziario. 


Commenti

Post popolari in questo blog

Garlasco, sì alla revisione del processo? Indagato Andrea Sempio

Lettera della famiglia Poggi

Intervista a Francesco Compagna