Intervista a Patrizio Gonnella

 Angela Stella Unità 23 aprile 2026

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, siamo al quarto decreto sicurezza di questo Governo. Cosa ci dice questo dato?

Ci dice tante cose. La più grave è la volontà di procedere alla progressiva erosione delle garanzie democratiche. Non è un decreto propagandistico, come alcuni dicono. È un decreto legge che fa male allo Stato di diritto. Nel solco dei precedenti pacchetti sicurezza, tende a calpestare i diritti fondamentali, a partire da quello alla difesa e quello all’habeas corpus. Nel nome di uno stravolgimento del sistema penale e repressivo, fa ad esempio carta straccia del principio di proporzionalità penale, con la norma sulla rapina di gruppo, nonché della funzione rieducativa penitenziaria. L’abuso della parola sicurezza costituisce una truffa agli elettori delle destre. Al quarto decreto sicurezza anche gli elettori meno scafati dovrebbero avere compreso il gioco truffaldino demo-consensuale. Sono meccanismi di rassicurazione e manipolazione dell’opinione pubblica privi di alcun nesso razionale con la sicurezza reale. Il punto è che questi decreti non si limitano a proporre norme fantasma ma vanno a stravolgere il nostro impianto giuridico ponendosi al confine dei principi costituzionali.

Per l’ennesima volta è stata compromessa e compressa la discussione al Senato e alla Camera. Il Parlamento serve ancora?

Il parlamento è umiliato dalla mancanza di dialogo. Si chiama Parlamento ma non c’è più spazio per parlare. È il segno di una decadenza democratica. Mai la decretazione di urgenza dovrebbe riguardare l’ambito penale. Che necessità e urgenza c’era a prevedere il fermo preventivo di dodici ore o la norma sugli agenti infiltrati nelle carceri? Le modifiche peggiorative introdotte in sede di conversione hanno reso impossibile al Capo dello Stato di svolgere il suo ruolo di garante della costituzionalità del testo. Ha firmato un testo due mesi fa che è stato trasformato e reso più truce in sede di conversione. Infine, la Consulta ha spiegato più volte che i decreti legge devono contenere norme omogenee al proprio interno. E qua l’unico filo rosso che tiene insieme le norme è il loro essere ispirate da un neo-autoritarismo.

Tra le norme più contestate l’abrogazione del gratuito patrocinio nei ricorsi contro i decreti di espulsione e l’incentivo all’avvocato che convince il migrante a “remigrare”. Che ne pensa?

L’articolo 24 della Costituzione è vilipeso. La funzione dell’avvocato è messa sotto attacco. L’avvocato viene degradato ad agente delle politiche governative. Una norma cattiva, insensata e inattuabile. Spero che tutti gli avvocati disobbediscano attivamente alla loro subordinazione economica e politica al Governo. Sarebbe stato necessario ben altro, ossia rivitalizzare gratuito patrocinio e difesa d’ufficio. (nel momento in cui scriviamo ancora non si conosce il correttivo del Governo all’emendamento contestato, ndr)

Un’altra norma molta discussa è quella degli agenti infiltrati nelle carceri.

È una norma che stravolge l’assetto legale e costituzionale del sistema penitenziario italiano, rompendo con una tradizione fondata sulla trasparenza e sulla chiarezza delle funzioni. L’introduzione di agenti infiltrati - che potranno fingersi detenuti o addirittura operatori come educatori, infermieri o assistenti - snatura profondamente il ruolo della Polizia Penitenziaria, trasformandola da corpo orientato alla sicurezza interna e al trattamento rieducativo in un apparato opaco di intelligence. In un contesto già segnato da grave sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti provocatori rischia di alimentare ulteriormente diffidenza, sospetto e conflittualità. Particolarmente allarmante è la previsione che tali attività possano svolgersi senza un chiaro sistema di supervisione da parte della direzione degli istituti. La norma prevede inoltre la non punibilità degli agenti sotto copertura anche nel caso in cui provochino la commissione di reati o vi partecipino direttamente. Si introduce così un elemento che rischia di minare irreversibilmente la fiducia tra detenuti e operatori, trasformando il carcere in un luogo dominato dalla paura, dalla delazione e dall’incertezza. Non è escluso, infine, che tali pratiche possano essere estese anche agli istituti penali per minorenni, con conseguenze ancora più gravi, in un contesto in cui la funzione educativa dovrebbe prevalere su qualsiasi logica securitaria.

Altro tema divisivo quello relativo allo spaccio di lieve entità. Qual è il suo giudizio in merito?

L'emendamento che cancella la lieve entità per piccoli e ricorrenti reati di spaccio di stupefacenti costituirà un propulsore per il sovraffollamento penitenziario, già oggi a livelli ormai fuori controllo. Mentre in diversi paesi del mondo si promuovono politiche di depenalizzazione e regolamentazione delle sostanze o si affronta la questione dal punto di vista sociale e sanitario, in Italia si continua invece a premere su una criminalizzazione fine a se stessa. Ad essere colpiti da questa nuova formulazione legislativa saranno infatti le persone più povere, marginali, socialmente escluse, molte di loro tossicodipendenti che vendono sostanze per poterle avere a loro volta.

Quali altre criticità rileva nel provvedimento?

Penso alla norma sulla rapina di gruppo con pene sproporzionate pari a quelle dell’omicidio. Un qualsiasi laureato in giurisprudenza capisce che è una norma scriteriata, del tutto sovrapponibile al concorso di persone nel reato di rapina. È l’espressione plastica del populismo penale che ci governa.

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