Intervista a Giuseppe Tango

 Valentina Stella Dubbio 4 aprile 2026

 

Giuseppe Tango, nuovo presidente dell’Anm, poco dopo la sua elezione certa stampa l’ha accusato di essere schiacciato sulle posizioni della sinistra giudiziaria, a partire dal fatto che durante la campagna elettorale lei abbia invitato a votare No «per fermare la deriva autoritaria». Come replica?

 

E perché mai questa dovrebbe essere un’affermazione di “sinistra”? La storia ci insegna che l’autoritarismo ha convissuto con ideologie di qualsiasi colore politico. Il ragionamento era di carattere esclusivamente tecnico: nella nostra prospettazione, con la riforma si sarebbe intaccato il principio di separazione dei poteri con conseguente accentramento degli stessi, tipico dello Stato autoritario, cioè una delle forme di Stato che si studia in diritto costituzionale al primo anno di giurisprudenza. Peraltro ho più volte precisato che, trattandosi di modifica tendenzialmente irreversibile, il timore per il futuro avrebbe riguardato non solo chi governa oggi, ma anche chi ne avrebbe preso il posto domani o dopodomani. In altre parole: le nostre Madri e i nostri Padri Costituenti avevano lasciato spoglia per quasi ottant’anni quella tavola che con la riforma sarebbe stata apparecchiata: poco importa chi sarebbe stato a cedere alla tentazione di mangiare il frutto proibito dell’autoritarismo.

 

Dopo la sua elezione, il Segretario di Magistratura Indipendente, Claudio Galoppi, si è dimesso. Vi siete sentiti? Come dobbiamo leggere questa decisione?

 

È una posizione che rispetto. E apprezzo le sue parole di stima spese, anche pubblicamente, nei mei confronti. Tuttavia ritengo che sia il momento dell’unità e non delle polemiche. Peraltro con alcuni dei mali a cui ha fatto riferimento e che affliggono la nostra categoria, primo tra tutti il carrierismo, ci confronteremo sicuramente e speriamo che saremo in grado di formulare serie proposte tese ad eliminarli.

 

Lei e molti suoi colleghi, all’obiezione di una Anm diventata soggetto politico, avete replicato che siete scesi nelle piazze «per costruire consapevolezza, non per cercare consenso». Ci può spiegare dal suo punto di vista cosa sarebbe significato invece fare politica?

 

Non abbiamo fatto altro che fornire un contributo di carattere tecnico, secondo quanto riconosciuto dalla stessa Costituzione e da significative sentenze CEDU. Sentivamo il dovere e il diritto di offrire il nostro punto di vista e soprattutto spiegare, a chi non fosse un giurista, i pericoli insiti nella riforma. Qualcuno sostiene, invece, che vogliamo diventare un partito: è assolutamente falso.

 

Da dove si riparte dopo il referendum?

 

Si riparte dal ricostruito rapporto di fiducia con la società civile, un retaggio della campagna referendaria che non va assolutamente disperso. Mi hanno colpito le parole di un giovane studente dopo l’esito del referendum: “non è che adesso scomparite, tornando nelle vostre torri d’avorio”. L’esempio dei nostri illustri e compianti predecessori ci deve guidare: organizziamo seminari, occasioni di incontro e di riflessione collettiva sui temi della giustizia, sul suo reale funzionamento, sulle condizioni del nostro lavoro, sulle sue problematiche e criticità negli stessi luoghi in cui ci siamo recati in questi mesi. Se non lo faremo noi, la narrazione che ci riguarda sarà affidata ad altri. Continuiamo a ricostruire una relazione di fiducia autentica con la società civile, c’è ancora tanto da fare. 

 

Dalla posizione di vincitori, cosa si sente di dire all’avvocatura dopo una campagna molto aspra?

 

Che siamo felicissimi di aver contribuito a salvaguardare nel nostro Paese il principio di autonomia ed indipendenza della magistratura dalla politica, ma che non siamo vincitori di alcunché. Senza considerare che il risultato va condiviso non solo con tanti segmenti della società civile, ma anche con una parte dell’Avvocatura stessa, al cui interno si è costituito addirittura un comitato. Adesso è il momento di voltare pagina, di un ravvivato ed autentico dialogo tra gli attori della giurisdizione, di serio e trasparente confronto, in modo tale da poter addivenire a soluzioni condivise e certamente più efficaci, sperando che l’interlocutore politico avrà voglia di ascoltarle.

 

Molti suoi colleghi, a partire dal suo predecessore Cesare Parodi, auspicano una modifica della legge elettorale del Csm. Lei sarebbe d’accordo e quali altre riforme vorrebbe proporre rispetto al Csm?


Personalmente avrei in mente più d’una proposta per rendere maggiormente trasparenti e prevedibili le decisioni assunte all’interno del CSM e, ancor prima, per fare in modo che la caratura del singolo candidato al CSM possa essere maggiormente valorizzata. Tuttavia, siccome non sono state ancora oggetto di discussione né in sede di CDC né in altra sede associativa, le esprimerei solo a titolo personale. Anzi, è assai imminente un’assemblea generale straordinaria dove sicuramente si parlerà anche di questo.

 

Lei ha parlato di riforme che migliorino l’efficienza della giustizia. Tuttavia è proprio sull’altare dell’efficienza che spesso si sacrificano le garanzie. Non crede?

 

Assolutamente no. Le riforme di cui ho parlato per migliorare l’efficienza della giustizia riguardano in prima battuta l’assunzione di nuovo personale magistratuale e di cancelleria, la stabilizzazione dell’ufficio per il processo, la maggiore digitalizzazione, la revisione delle piante organiche…che nulla hanno a che fare con le garanzie processuali. Se poi si riferisce all’eliminazione del gip collegiale, che è previsto che entri a pieno regime nel prossimo agosto, lì le velleità di maggiore ponderazione della decisione si scontrano con la dura realtà di organici estremamente inadeguati ad accogliere tale novità con il rischio di paralisi, a danno dell’intera collettività, soprattutto in territori ad alta densità mafiosa.

 

Gli avvocati ora temono una riedizione del processo inquisitorio. Che spazio rimane a chi ha ancora a cuore un giusto processo garantista?

 

Sino ad oggi non se ne è assolutamente parlato. Però una cosa va precisata: attenzione nel dire che il processo accusatorio sia di per sé garantista. Va ricordato che una delle massime espressioni di questo tipo di procedimento la ritroviamo negli Stati Uniti d’America, dove il tasso di patteggiamenti e di carcerazioni è tra i più alti al mondo ed anche quello relativo agli errori giudiziari è in proporzione maggiore rispetto a quello del nostro Paese. Ci sono, quindi, tanti altri elementi di cui occorre tenere conto e su quelli occorre lavorare insieme all’Avvocatura.

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