Diritto di difesa: quella reazione ad intermittenza dell'Anm

 Valentina Stella Dubbio 22 aprile 2026

Bene ha fatto l’Anm, secondo pure molti avvocati, a diramare qualche giorno fa un comunicato stampa in cui si è espresso «sconcerto per l’attacco al diritto di difesa» a causa del famoso emendamento sull’incentivo all’avvocato che convince lo straniero a ‘remigrare’ e alle limitazioni all’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dello straniero. Si erano accodati, con toni e modi diversi, anche tutti i gruppi associativi, tranne Magistratura Indipendente. Una presa di posizione quella delle toghe a salvaguardia del diritto di difesa quale «presidio essenziale dello Stato di diritto» che si inserisce però nel solco già noto di una magistratura ‘engagé’ contro il Governo sul tema dei migranti. Nei mesi scorsi ad essere attaccati erano stati i giudici civili delle sezioni immigrazione, adesso lo sono gli avvocati che patrocinano innanzi a loro: una difesa dei diritti degli ultimi e il respingimento dell’idea di operatori della giustizia serventi il potere politico che mettono tutti d’accordo. Per trovare un altro comunicato di questo tenore bisogna tornare indietro al dicembre 2024 quando l’Anm espresse solidarietà all’avvocato Giovanni Caruso, difensore di Filippo Turetta, che ricevette dei proiettili: «Le minacce rivolte ad un avvocato a causa dell’esercizio del ministero difensivo sono un atto di disprezzo per il processo, per i valori che esso incarna, per la giurisdizione tutta». Tuttavia, ci dice l’avvocato Valerio Spigarelli, «la stessa sensibilità, anzi direi la stessa rapidità nel reagire a questo attentato al diritto di difesa, ce l'aspetteremmo in tanti altri attentati al diritto di difesa che si consumano nelle aule giudiziarie tutti i giorni». E fa alcuni esempi: «l'altro giorno a Napoli, il pm ha prodotto 1500 pagine e ci è stata data solo mezz'ora per leggerle tutte e esprimere un'opinione». E sulla cross examination che vi viene spesso impedita? «Qui è più un problema di deficit culturale – prosegue Spigarelli - perché i giudici non sanno di cosa parlano quando aprono bocca e vietano domande a noi difensori o interrompono i nostri controesami». Ma «il diritto di difesa lo misuri sui legittimi impedimenti, appunto sui termini a difesa, sulla interlocuzione che si ha da parte del magistrato con l'avvocato». Il ruolo dell'avvocato, dice ancora Spigarelli, «viene sempre sottomesso ad altre esigenze: ad esempio per un magistrato è molto più importante se un testimone non può presentarsi ad una certa data che il legittimo impedimento dell'avvocato che pure a quella data non potrebbe essere in aula». C’è un altro aspetto poi da tener conto: una sorta di doppiopesismo dell’Anm nel difendere i colleghi. Guardando il sito del ‘sindacato’ delle toghe si leggono negli ultimi due anni molti comunicati a difesa di pubblici ministeri, talvolta minacciati dalla criminalità organizzata. Meno quelli a difesa dei giudici, fatta sicuramente eccezione per quelli, come dicevano, impegnati sul fronte dell’immigrazione. Eppure, come raccontiamo spesso su questo giornale, sono tanti i giudici che vengono vilipesi sui social e sui mass media o minacciati, anche fisicamente, dal Tribunale del popolo. Accade quando derubricano reati, quando assolvono, quando concedono misure alternative. E ciò avviene soprattutto nei casi di violenza di genere. Lì però l’Anm tace o lascia parlare solo le sezioni locali. Solo per fare un esempio: a giugno dello scorso anno i magistrati di Catania che hanno assolto in primo grado un ex professore di medicina dall’accusa di violenza sessuale furono definiti «porci schifosi» e «venduti». Nessuno alzò un dito per difenderli. Su questo conclude Spigarelli: «anni fa attacchi scomposti vennero portati nelle mailing list della magistratura e sui media al sostituto PG presso la Cassazione Iacoviello per la posizione tenuta nel processo Dell’Utri. Identici attacchi sconsiderati vennero fatti da alcuni rappresentati delle Procure al Presidente del Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila, Laura Longo, per una decisione riguardante un detenuto di mafia al 41 bis. Loro trovarono l’avvocatura a difenderli, non l’Anm». E che dire del silenzio dell’Anm (fatta eccezione per una dichiarazione del presidente Tango e per una nota di MI) rispetto alle intercettazioni di Natoli e Scarpinato su Borsellino e suo figlio? Non è che non si può puntare il dito contro il magistrato prestato alla politica vicino alla sinistra giudiziaria? E infine il capitolo sui giornalisti: anche qui c’è carenza di linearità. Sigfrido Ranucci ha avuto, ad esempio, sostegno quando ha subìto l’attentato dinanzi a casa sua, giustissimo. Inoltre l’Anm chiese chiarimenti a Nordio dopo l’inchiesta di Report sulla sicurezza informatica dei sistemi informatici utilizzati nei tribunali. Ma la stessa Anm tacque ancora quando durante una trasmissione di Report si ipotizzò un complotto tra un imputato del processo Eternit, ex agenti del Mossad e un ex premier di Israele per fare eventuali pressioni sui giudici della Cassazione. Un’ombra gettata sull’indipendenza e autonomia dei giudici che però in quel caso non fu difesa. Forse perché Ranucci era uno dei frontman della campagna contro la separazione delle carriere? 


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