Avvocato CGUE su Protocollo Italia Albania: è scontro
Angela Stella Unità 24 aprile 2024
Il Protocollo Italia-Albania è “compatibile con la normativa dell'Ue relativa alle procedure di rimpatrio e di asilo, a condizione che i diritti dei migranti siano pienamente tutelati”: è quanto emerge nel parere dell'avvocato generale della Corte di Giustizia Europea. Da cosa nasce il tuto? Due migranti che erano stati precedentemente trattenuti in Italia in virtù di ordini di espulsione sono stati trasferiti in un centro in Albania. Mentre si trovavano lì, hanno presentato domanda di protezione internazionale. Nei loro confronti sono stati poi emessi due nuovi decreti di trattenimento, trasmessi alla Corte d'appello di Roma per convalida. I giudici hanno negato la convalida dei decreti, ritenendo che la normativa nazionale fosse incompatibile con il diritto dell'Ue. Hanno quindi proposto ricorso dinanzi alla Cassazione, la quale ha sottoposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali. L'avvocato generale ha osservato che il diritto UE non impedisce a uno Stato membro di istituire un centro di trattenimento per i rimpatri al di fuori del suo territorio. Tuttavia, detto Stato resterebbe obbligato a rispettare tutte le garanzie previste dall'UE per i migranti, incluso il diritto all'assistenza legale, all'assistenza linguistica ed ai contatti con i familiari e le autorità competenti. In particolare, i minori e le altre persone vulnerabili devono godere di tutta la gamma di tutele previste dal sistema di asilo, incluso l'accesso all'assistenza medica e all'istruzione. In secondo luogo, le conclusioni rilevano che “la norma che consente ai richiedenti protezione internazionale di restare in uno Stato membro finché le loro domande sono pendenti non conferisce loro il diritto di essere riportati nel territorio di detto Stato. Nondimeno, gli Stati membri devono adottare le misure organizzative e logistiche necessarie a garantire ai migranti il godimento dei diritti e delle tutele previsti dal diritto dell'Unione. Ciò include il diritto di accesso a un giudice e ad un tempestivo riesame giurisdizionale al fine di evitare un trattenimento illegittimo”. Ha esultato la premier Giorgia Meloni: “Una notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all'Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate. Noi, intanto, andiamo avanti. Perché sul contrasto all'immigrazione illegale servono serietà, coraggio e soluzioni concrete”. A lei replica Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica: “Un po’ presto per tirare le conclusioni. Vediamo cosa deciderà la Corte di Giustizia”. Per il resto ci dice la magistrata specializzata proprio sul tema, “è fisiologico che il giudice che ha dubbi interpretativi chieda alla CGUE quale sia la corretta interpretazione del diritto dell’Unione e della normativa interna in relazione a questo. Questa è la funzione per cui esiste la Corte. Quindi il giudice che effettua rinvii pregiudiziali alla Cgue non boicotta proprio nulla, ma svolge semplicemente con rigore il proprio ruolo”. Conclude Albano: “rinvii pregiudiziali alla Cgue avvengono spesso e sulle materie più svariate, non si può pretendere che invece su alcune materie il giudice non lo faccia e abdichi così al proprio ruolo per seguire i desiderata dei governi di turno. In ogni caso i centri non avrebbero potuto operare così fin dall’inizio: il governo ha dovuto, infatti, modificare la legge di ratifica del protocollo perché la Corte di Giustizia con la sentenza del 1 agosto ha dato ragione alla tesi interpretativa del tribunale di Roma”. Secondo Gianfranco Schiavone, socio dell’Asgi, “le conclusioni dell’avvocato generale hanno portato il Governo italiano a rilasciare con immediatezza delle dichiarazioni di vittoria sostenendo che la causa fosse di fatto già conclusa. Ancora una volta si tratta però di esternazioni bizzarre ancor prima che ardite. Le questioni poste dalle Corti italiane riguardano in primo luogo proprio la possibilità che le garanzie del diritto dell’Unione possano concretamente essere applicate al di fuori del territorio di uno Stato UE. L’avvocato generale condivide nelle sue conclusioni che queste siano le questioni cruciali su cui la Corte si dovrà pronunciare. Non c’è dunque nessuna ragione, per il Governo in carica, per ritenere che l’esito del giudizio sia dunque positivo”. Critico il deputato Pd Matteo Orfini: “Per la centesima volta Giorgia Meloni fa un post per dire che l'Europa le da ragione sui centri in Albania. Per la centesima volta ovviamente non è così. Intanto perché non c'è una sentenza ma una dichiarazione dell'avvocato generale della Corte di Giustizia che non fa lui la sentenza.E poi perché nella dichiarazione in questione viene segnalato che i diritti dei migranti devono essere pienamente tutelati affinché sia possibile un centro come quello in Albania. Che è esattamente il punto in discussione”.
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