Processo Gotha: l'avv Marra assolto dopo dieci anni
Valentina Stella Dubbio 28 maggio 2026
Dopo dieci anni di processi e 592 giorni di carcerazione preventiva due giorni fa è terminato l’incubo giudiziario che ha travolto l’avvocato Antonio Marra, assolto dalla Corte di Appello di Reggio Calabria dalle accuse di partecipazione ad associazione mafiosa «per non aver commesso il fatto» e di turbativa d’asta «perché il fatto non sussiste». In primo grado era stato invece condannato a diciassette anni ma assolto da un altro capo di imputazione, ossia dal reato di associazione segreta. Si tratta del procedimento scaturito dall'indagine della direzione distrettuale antimafia reggina denominata “Gotha”, incentrata sulla presunta esistenza di una struttura unitaria di vertice della 'ndrangheta reggina e su una serie di asserite relazioni tra ambienti criminali, imprenditoriali, professionali ed istituzionali. Marra, assistito dai legali Giovanna Beatrice Araniti e Francesco Calabrese, aveva scelto il rito ordinario per consentire l’approfondimento ampio di tutti gli elementi riguardanti la sua posizione. La Corte d’Appello ha confermato l’assoluzione dell’ex senatore di Forza Italia Antonio Caridi, come raccontato ieri su questo giornale, dall’accusa di concorso in associazione mafiosa e ha assolto anche l’avvocato Paolo Romeo, ex deputato del Psdi, che in primo grado era stato condannato a 25 anni di reclusione per associazione mafiosa. Il processo d’appello bis con rito abbreviato si era invece concluso con tre assoluzioni con formula ampia, una prescrizione e quattro condanne rideterminate. Marra ha diffuso una nota appena saputo dell’assoluzione dove ha ripercorso la vicenda giudiziaria a partire dal 22 dicembre 2017, quando la Cassazione, in accoglimento dei ricorsi difensivi, aveva annullato senza rinvio l'ordinanza cautelare e disposto la sua scarcerazione dopo appunto 592 giorni di carcerazione preventiva dietro le sbarre. A Marra veniva contestata una partecipazione all’associazione mafiosa e un ruolo di supporto professionale nell'ambito di vicende imprenditoriali e giudiziarie che l’accusa aveva contestato come funzionali agli interessi del sodalizio criminale. Sin dall'inizio, la difesa aveva evidenziato l'assenza di qualsiasi stabile inserimento di Marra in strutture associative di tipo mafioso. Secondo Araniti e Calabrese le condotte poste in essere dal loro assistito erano inquadrabili nell'ordinaria attività forense di assistenza e consulenza legale, prive di finalità agevolatrici del sodalizio e hanno evidenziato la fragilità ed incoerenza del compendio indiziario, fondato, a loro dire, su letture forzate di conversazioni, su dichiarazioni non riscontrate e su ricostruzioni che confondevano il ruolo dell'avvocato con quello del cliente, come spesso accade. Ha dichiarato Marra su questo punto: «I miei difensori hanno dimostrato come tutti gli episodi valorizzati dall'accusa fossero, in realtà, pienamente compatibili con il ruolo di un difensore che esercita il proprio mandato nell'interesse del cliente, nel rispetto delle regole deontologiche e processuali; come mancasse qualsiasi prova di un contributo consapevole e volontario all'associazione mafiosa o a scopi illeciti; come la stessa struttura accusatoria risultasse viziata da un uso improprio della categoria del “contesto” e da indebite generalizzazioni, tali da trasformare rapporti professionali leciti in presunti indici di contiguità mafiosa». Nonostante l’assoluzione, il bilancio di Marra è amaro: «Nonostante queste conclusioni, sono stato per anni messo alla gogna, esposto a un clima di sospetto e stigmatizzazione che mi ha colpito ben oltre le aule di giustizia. Sul piano professionale, sono stato di fatto esiliato, escluso da incarichi e opportunità, segnato da una rappresentazione pubblica che mi ha dipinto come colpevole prima di qualsiasi accertamento definitivo». Marra racconta di essere stato trattato, nei fatti, «come colpevole, in aperto contrasto con il principio costituzionale di presunzione di innocenza, che dovrebbe garantire che ogni cittadino sia considerato innocente fino a condanna definitiva, e non il contrario. Nella prassi accade, purtroppo, che chiunque venga coinvolto in una vicenda giudiziaria rischia di essere immediatamente etichettato come colpevole, portando addosso una vera e propria “lettera scarlatta” che lo accompagna per anni, anche quando - come in questo caso - l'esito finale è di piena assoluzione». E conclude interrogando il legislatore e chi concorre anche fuori dalle Aule di giustizia a distruggere la reputazione di indagati e imputati: «È accettabile un sistema che consente che, a distanza di dieci anni, si accerti l’innocenza di una persona dopo averne di fatto distrutto la vita professionale e umana? Non è forse doveroso interrogarsi su un modello che "fa acqua da tutte le parti”, in cui le misure cautelari incidono in modo irreversibile sulla vita degli indagati; la comunicazione mediatica spesso sovrasta il dato processuale; la presunzione di innocenza, principio cardine della nostra Costituzione, viene troppo spesso sacrificata a favore di una presunzione di colpevolezza di fatto?».
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