Anm: niente riforma della legge elettorale

 Valentina Stella Dubbio 19 maggio 2026

«Fare di tutto contro le logiche correntizie, non si può minimizzare ma solo opporsi», dice Giuseppe Tango, presidente Anm. Gli fa eco il Segretario Rocco Maruotti: «occorre abbandonare ogni approccio corporativo e mettere fine alle logiche di potere e alla campagna elettorale permanente». Il ‘sindacato’ delle toghe, pur vittorioso al referendum, almeno nei buoni propositi cerca comunque di correggere gli errori del passato. Lo fa approvando una mozione al termine dell’assemblea di sabato, in cui si danno indicazioni precise per il futuro Csm, a partire dal superamento di una certa discrezionalità nel conferimento degli incarichi, «mediante l’introduzione di criteri a priori, stringenti, trasparenti e verificabili»; introducendo «una cesura temporale che imponga il rientro obbligatorio nelle funzioni prima della possibilità di concorrere a un nuovo incarico direttivo», ampliando le fonti di conoscenza ai fini delle valutazioni professionali, auspicando «forme più incisive di incompatibilità tra impegno associativo e candidatura al CSM». Le intenzioni per una sana autoriforma ci sono ma il banco di prova sarà la scelta che la stessa Anm farà quando andrà ad eleggere a ottobre i membri del rinnovato Palazzo Bachelet. Nella mozione, come richiesto da Area, anche un passaggio sulla Scuola Superiore della Magistratura, «improntata a maggiore trasparenza» e «ampia conoscibilità» dei criteri di selezione e valutazione dei formatori. Quello che però manca nel deliberato finale è una iniziale parte valoriale, che per qualcuno sarebbe stata forse più utile e simbolicamente rilevante rispetto ad una semplice ‘lista della spesa’ delle cose da fare. E non c’è nessuna indicazione su una proposta di modifica della legge elettorale del Csm. Certo, siamo in un campo di prerogativa strettamente parlamentare ma sarebbe stato un buon segno quello di rivolgere un appello al legislatore per un sistema che almeno sminasse il dirigismo dei capi correnti nella scelta dei candidati e desse anche solo formalmente la possibilità di ampliare l’elettorato passivo ai giovani magistrati che tanto vengono invocati ed esaltati. Ad invocare invece un mutamento è stato per primo sabato l’applauditissimo Enrico Grosso, avvocato e costituzionalista, che ha guidato il “Comitato Giusto dire No”, definendo l’attuale norma di elezione «pessima». Lo hanno chiesto nelle loro mozioni Magistratura Democratica e Unicost. Lo ha detto l’ex presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia in quota Area, che con il suo discorso ha voluto anche ridimensionare l’entusiasmo generale legato al risultato: «Il corpo elettorale ci ha detto che non era necessario anzi era dannoso toccare la Costituzione. Credo – ed è questo il suo messaggio principale – che non ci abbiano detto di più. Molti nei 14 milioni che hanno votato No vogliono le riforme. Non basta l’autoriforma, né intensificare la comunicazione su cosa facciamo, ma serve un cambio di passo per rendere credibile la magistratura» che passi attraverso la modifica della legge elettorale dell’organo di governo autonomo della magistratura per «accorciare le distanze tra corpo elettorale e Consiglio. Il sistema maggioritario ha dato cattivissima prova di sé». Alla fine però non si è trovato l’accordo per inserire questo aspetto nella mozione in quanto, soprattutto a Magistratura Indipendente, conviene tenersi tale sistema per assicurarsi più eletti al Csm. Santalucia poi si è soffermato sull’esercizio quotidiano della giurisdizione: «penso che molti di noi lo facciano benissimo, credo che non tutti lo facciano bene (applauso dalla platea, ndr). Chi ha partecipato ai dibattiti referendari ha vissuto un rancore profondo di settori dell’avvocatura inspiegabile se non attraverso esperienze mortificanti. Dobbiamo recuperare il valore promozionale del nostro codice etico per definire davvero che modello di magistrato vogliamo». Stesso concetto ribadito da Giacomo Ebner (Unicost): «bisogna dialogare con tutti gli avvocati, non solo con quelli del No, bisogna ascoltare, riconoscerli e lavorare assieme».  Un altro tema dibattuto quello del rapporto con la società civile. L’Anm si fa partito politico? No, ma la mozione prevede comunque di «promuovere l'istituzione presso ciascuna sezione distrettuale di un tavolo di lavoro stabile di supporto all'azione associativa composta da associati aperta al contributo tecnico operativo di esponenti dell'avvocatura, dell'accademia, delle professioni e dell'associazionismo». Non si tratta delle “Case della Costituzione”, come prospettato da un deliberato della Ges di Genova, ma sicuramente rappresenta una vittoria del gruppo dei “Facciamo presto”, quello più attivo sul piano dell’osmosi tra toghe e cittadini. Una scelta che però ha portato all’astensione di Gerardo Giuliano di Mi: «La creazione dei tavoli va a mio avviso incanalata entro delle linee guida in modo tale che non diventino strumentalizzabili per altri fini». Il problema non è il tavolo in sé, ma l’uso che se ne vorrà fare. Era stato sempre Giuliano a chiedere ed ottenere delle regole ben precise per le attività del “Comitato Giusto Dire No”. Sulla questione carceraria sono ritornate le vecchie divisioni. Due pm, uno a Rimini l'altro a Milano, stesso nome ‘Stefano’, ma posizioni opposte sull’esecuzione penale. Celli, vicesegretario Anm con Md, propone un emendamento affinché il Governo approvi la proposta Giachetti sulla liberazione anticipata speciale. Ammendola, esponente di Mi, sostiene: «Sono un pm, che faccio: con una mano li metto in carcere e con l'altra li faccio uscire?». La mozione finale alla fine prevede di sollecitare «l’adozione di misure concrete che conducano a ridurre rapidamente il sovraffollamento». L’Anm tutta si ritroverà per il Congresso annuale a Napoli dal 27 al 29 novembre, alla presenza del Presidente della Repubblica che proprio oggi incontrerà, come da prassi istituzionale, il neo presidente Tango. 


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