Intervista a Potito Perruggini Ciotta
Valentina Stella Dubbio 12 maggio 2026
Il 28 aprile a Cesare Battisti è stato negato il permesso di incontrare il figlio fuori dal carcere di Massa, dove è rinchiuso per scontare l’ergastolo, come anticipato dal Manifesto. Il tredicenne, figlio dell’ex militante dei “Proletari armati per il comunismo”, da quando il padre è stato arrestato si trova in una situazione di estrema fragilità psicologica, peggiorata dalle visite effettuate in carcere. Da qui la richiesta, presentata dai legali Fabio Sommovigo e Marina Prosperi, di un faccia a faccia in un ambiente diverso da quello fatto di sbarre e muri alti. Tuttavia la DNAA ha espresso parere negativo «in assenza del presupposto relativo alle “gravi esigenze familiari”». Anche secondo il Ministero dell’Interno esiste un «concreto pericolo di fuga desumibile da tutta la sua lunga storia giudiziaria e processuale nella quale spiccano lunghi e prolungati periodi di latitanza e fughe sostenute da contesti radicali ed estremisti di supporto». Il magistrato di sorveglianza dunque ha concluso: «pur prendendo atto del percorso positivo posto in essere da Battisti nel corso della detenzione in Italia, con presa di distanza della pregresse condotte di banda armata e di eversione di matrice violenta, si ritiene che, allo stato, non sia ancora in atto il percorso di revisione critica della lunghissima condotta di latitanza allo scopo di sottrarsi dall’espiazione della pena inflittagli per la commissione dei gravi reati di sangue (quattro omicidi) e di elevato allarme sociale e pertanto appare ancora sussistente un concreto pericolo di fuga». Eppure come ha ricordato lo stesso Battisti in una lettera inviata a La Nazione: «Era dicembre del 2025, quando il magistrato di sorveglianza prometteva in videoconferenza la concessione di un primo beneficio che mi avrebbe permesso di riabbracciare mio figlio in libertà. Qualche ora appena, quel tanto da restituire a un ragazzo di dodici anni la speranza che non sarebbe stato impossibile, nemmeno per lui, potersi dire un giorno “ho un padre anch’io e oggi me lo porto a scuola come fanno tutti”. Siamo ormai ad aprile del 2026, mio figlio aspetta sempre una decisione del magistrato di sorveglianza, combattuto tra dovere e pressioni politiche avverse». Quella decisione ora è arrivata. Due giorni fa il Giornale ha titolato: «Battisti dal carcere vuol vedere il figlio L’ira delle vittime. L’Osservatorio: è un affronto a noi». Si riferiva all’ “Osservatorio nazionale Anni di Piombo per la Verità storica” presieduto da Potito Perruggini Ciotta a cui abbiamo chiesto di specificare meglio la sua posizione rispetto al diniego del giudice di sorveglianza. «La decisione è comprensibile. Battisti non è un detenuto qualunque: ha una lunga storia di latitanza e di sottrazione alla giustizia italiana. Per questo il rischio di fuga non è astratto, ma concreto. Naturalmente resta il dolore per il figlio, e questo non va mai minimizzato, che comunque ha il permesso di incontrare regolarmente il padre. Nel rispetto del regime di detenzione del padre possono essere attuate azioni più idonee per migliorare la qualità del loro rapporto, come accade, ad esempio, per le madri in carcere. Può essere anche aumentata la frequenza di incontro in stanze più accoglienti. Proprio per questo andrebbero valutate tutte le soluzioni compatibili con il regime detentivo, per garantire un rapporto padre-figlio il più possibile umano e continuativo». Non ritiene che impedendo l’incontro si crei anche un danno al figlio? «Il disagio del ragazzo merita attenzione, ma non si può parlare di un impedimento assoluto all’incontro. Il padre e il figlio possono vedersi in forme e luoghi compatibili con la detenzione, tutelando sia la relazione familiare sia le esigenze di sicurezza. Il punto non è negare il rapporto, ma gestirlo in modo responsabile». Quando in casi come questo la sicurezza o altro dovrebbero prevalere sul senso di umanità? «In questo caso non vedo una mancanza di umanità. Vedo semmai una scelta di prudenza. Anzi, mi sorprende che il primo tema non sia stato quello di ampliare e migliorare le modalità di incontro con il figlio, invece di concentrare tutto sulla richiesta fuori dal carcere». Nel vostro comunicato si invita a «non cadere nella trappola di far emergere il “lato umano” dei pluriomicidi, mentre si marginalizza la voce delle vittime». Ma i due aspetti – dare voce alle vittime e umanizzare comunque la pena – non potrebbero convivere? «Sì, i due aspetti possono convivere. Ma a una condizione: che l’umanizzazione della pena non cancelli la gravità del male commesso. Sergio D’Elia è un esempio chiaro: non ha mai chiesto sconti di pena e continua a chiedere scusa pubblicamente per il dolore provocato. Per questo lo stimo e posso dire di considerarlo anche un amico. La differenza sta tutta lì: nella responsabilità assunta. Purtroppo, i bambini che ha reso orfani Cesare Battisti hanno ancora oggi ferite aperte per il grave dolore che lui gli ha procurato». Lei è il nipote del brigadiere Giuseppe Ciotta, assassinato nel 1977 a Torino da Prima Linea. Oggi è appunto amico di Sergio D’Elia, ex di Prima Linea, segretario di Nessuno Tocchi Caino. Perché con lui è avvenuta una sorta di “riconciliazione” ma questa non è pensabile per Cesare Battisti? «Battisti ha scelto la fuga e una lunga latitanza durata circa trentasette anni, presentandosi per anni come rifugiato politico e non come persona che riconosceva le sentenze di uno Stato democratico. Inoltre, diversi suoi ex compagni sono ancora latitanti in Francia. In assenza di un reale passo di verità e di pentimento, la riconciliazione resta impossibile. Da anni con l’Osservatorio auspico che si possa istituire una commissione per la verità e la riconciliazione come quella che costituì Nelson Mandela. A tale scopo, anche l’istituzione del museo per le vittime del terrorismo, in itinere in commissione Cultura alla Camera per iniziativa del presidente Federico Mollicone, può diventare la prima pietra per edificare una Italia “unita e pacificata, onorando le vittime di ogni parte politica” come detto nel suo discorso di insediamento dal presidente del Senato Ignazio La Russa».
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