Pietracatella: la famiglia lascia il Paese

 Valentina Stella Dubbio 9 maggio 2026

Le indagini mediatiche mietono altre vittime. È notizia di ieri che dopo mesi trascorsi nella casa della cugina Laura, di fronte alla loro abitazione ancora sotto sequestro, Gianni e Alice Di Vita hanno lasciato il paese di Pietracatella. Si sono trasferiti a Campobasso, lontano dalla pressione mediatica che da settimane si concentra sulla vicenda dell’avvelenamento con la ricina delle altre due donne della famiglia, Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sarah Di Vita, rispettivamente madre e sorella della giovane e moglie e figlia dell'uomo. A spiegare le ragioni della scelta all'Adnkronos è stato il legale di famiglia, l'avvocato Vittorino Facciolla: «Alice non poteva più vivere a Pietracatella, ha solo 19 anni e deve fare l'esame di Stato. Appena uscita di casa, viene assediata dai giornalisti. Una pressione insopportabile, aggravata dal dolore che si porta dentro. Si sono trasferiti a Campobasso per cercare di trovare una tranquillità che hanno perduto nel loro paese. Non c'è nessun'altra ragione, né la volontà di prendere le distanze da Laura». E dunque, Gianni Di Vita, con la sua abitazione ancora sotto sequestro, ha fatto le valigie e si è trasferito altrove, lontano dai riflettori e dal pressing incessante dei media. Una scelta dolorosa che si aggiunge al dramma che già stanno vivendo da Natale dello scorso anno. Nel frattempo, l'attenzione degli investigatori continua a concentrarsi sull'ambito familiare. E proprio la cugina Laura Di Vita è in attesa di una nuova convocazione in Questura, che potrebbe esserci entro domani. Il suo nome, insieme ad altri, rientrerebbe nel ristretto gruppo di cinque persone su cui si stanno concentrando le verifiche degli inquirenti per ricostruire i fatti. La donna, 40 anni, insegnante di sostegno e ritenuta molto vicina alla famiglia, è già stata ascoltata tre volte dagli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso. Movente passionale, litigi familiari, interessi economici? Gli inquirenti non si sbilanciano mentre l’avvocato della famiglia insiste: «Non c’è nulla di tutto questo, si vociferava anche di assicurazioni sulla vita. Non esistono». «Arriveremo ad una verità il più presto possibile», aveva assicurato due giorni fa la procuratrice di Larino Elvira Antonelli, titolare del fascicolo che ipotizza il reato di duplice omicidio volontario al momento ancora contro ignoti. Quanto accaduto alla famiglia Di Vita purtroppo non è la prima volta che accade. Sempre, nei casi di cronaca nera finiti alla ribalta mediatica, i protagonisti, che siano vittime, indagati o imputati vengono attenzionati in modo morboso dalla stampa. E il confine tra diritto di cronaca e rispetto della privacy viene spesso superato. Un possibile scoop vale di più della serenità di chi ha già perso un caro a causa della mano di un assassino. Difficile dire quale sia la soglia da non oltrepassare: sta di fatto che sempre più di frequente assistiamo a giornalisti che inseguono vittime e carnefici per strada, fanno appostamenti, pretendono risposte laddove c’è solo un triste silenzio. Il tutto alimentato non poche volte dalle indiscrezioni provenienti dagli investigatori o da avvocati in cerca di celebrità, come successo, ad esempio, nell’inchiesta bis di Garlasco. 

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