Intervista ad Andrea Riccardi
Valentina Stella Dubbio 1 giugno 2026
Esattamente una settimana fa Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima Lettera Enciclica «Magnifica Humanitas - Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Ne parliamo con Andrea Riccardi, professore emerito di storia contemporanea, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, presidente della Società Dante Alighieri.
Papa Leone affronta tre temi in particolare: l’intelligenza artificiale, la guerra, il controllo sul potere digitale. Pur mantenendo la «distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica», il Papa sta comunque tentando di incidere sulle politiche globali?
Questa enciclica è una riaffermazione del fatto che la Chiesa vive nella storia, scruta i segni dei tempi, legge il presente alla luce della Parola di Dio. La Chiesa di papa Leone non si è ritirata dalla storia, ma vi cammina secondo la prospettiva del Vaticano II. Così la guerra e la pace, come i poteri tecno-economico-politici, l’Ia sono realtà con cui misurarsi, ma come Chiesa, non come uno Stato o una forza politica.
Il capitolo terzo è dedicato a «La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’Ia». Come può aiutarci la lettura del Vangelo a decodificare i grandi avanzamenti tecnologici?
Vangelo e Ia possono sembrare, apparentemente, realtà senza alcun rapporto tra di loro. Ma il Vangelo parla all’uomo e alla donna, alla loro vita, all’uso che fanno di ogni strumento, anche avanzato. Così il papa afferma: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni». Insomma le tecnologie vanno integrate in una visione umana e razionale, senza permettere che si propongano come «una salvezza puramente tecnica». Il Vangelo e l’umanesimo cristiano, che sgorga da esso, certamente non rifiutano la scienza, ma la collocano «dentro una vocazione più alta» con sano senso del realismo e una visione positiva delle opportunità che offre.
L’Enciclica è una condanna del progresso tecnologico o solo del paradigma tecnocratico?
Assolutamente no! Sarebbe comodo ridurla a un testo di cattolicesimo antimoderno o oscurantista, ma è un testo che interpella. Leone XIV è consapevole che il progresso tecnologico è una realtà del mondo contemporaneo con tanti aspetti positivi. Ma sa anche come spesso la tecnologia sia anche portatrice di una “filosofia”, pur non sempre evidente. Il paradigma tecnocratico è considerato dal papa la «sindrome di Babele»: «La tendenza -egli scrive- a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche».
Paragrafo 102: «Può anche esserci un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati». La tecnologia dunque non è neutrale, come ha confermato anche il premio Nobel, Giorgio Parisi, sul Corriere della Sera, commentando l’Enciclica. Quale monito vuole trasmetterci il Papa?
Leone XIV è consapevole del rapido sviluppo dell'Ia, tanto che afferma che il parlarne oggi potrebbe essere in breve superato dagli sviluppi delle ricerche. Quello che conta è la prospettiva in cui si utilizza l’Ia. L’alternativa non è «tra entusiasmo e paura», insomma tra il partito che idolatra l’Ia e quelli che sono aprioristicamente diffidenti, perché in sé sconvolgerebbe la vita. La domanda è: si tratta di «un progresso che serve la persona e i popoli» oppure si tratta di «un progresso che li piega a logiche di potere»? La domanda, che non ha una risposta a priori, è se stiamo rendendo più umano il nostro mondo. Questo è l’interrogativo che attraversa l’enciclica.
Paragrafo 105: «Il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Si tratta di una critica, ad esempio, ai proprietari dei social network?
Più che una critica è l’identificazione di una «res nova», una cosa nuova, per dirla con il linguaggio della dottrina sociale di Leone XIII, cui papa Prevost si ricollega. È la costatazione di una realtà con cui bisogna fare i conti. Trattandosi di uno strumento così delicato, strategico, capace di influenzare alcuni aspetti decisivi della vita personale e sociale, persino la guerra, non si può assistere all’azione dei «grandi attori economici e tecnologici» in maniera passiva come fosse una provvidenza. La Chiesa parla di bene comune e la tecnologia accumula «beni comuni», come dati, capitale computazionale e via dicendo: la destinazione universale dei beni, che la dottrina sociale prevede, obbliga «a smascherare questa asimmetria epistemica, economica e politica», assicurando «l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione».
Al punto 71 leggiamo: «Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune». Eppure ad affiancare il Papa, durante la presentazione dell’enciclica, c’era Chris Olah, co-fondatore di Anthropic, l’azienda statunitense di intelligenza artificiale. Simbolicamente cosa significa?
Significa che Leone XIV non anatemizza questo mondo, chiudendosi in una distanza sdegnosa (e poi lasciando campo libero a questi attori, magari esaltati come provvidenziali), ma intende dialogare con essi, individuare un orizzonte normativo e di limiti, intravedere nuovi obbiettivi.
L’enciclica -lo si legge nel testo- è anche un invito ad una più approfondita riflessione su queste «res novae», quasi l’apertura di un cantiere cui partecipare a tanti livelli.
Paragrafo 27: se «la scienza oltrepassa i limiti del suo metodo, la Chiesa – insieme alle altre confessioni cristiane e ai credenti di altre religioni – deve far udire la sua voce». Quali sono questi limiti?
In questo capitalo “nuovo”, sta avvenendo quel che è accaduto in altri capitoli. La Chiesa ha parlato, denunciato pericoli, indicato piste di soluzione sulla questione operaia e sul capitalismo industriale. Nel rapporto tra Nord e Sud del mondo, i papi sono intervenuti ponendo una questione di giustizia e affermando che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Non si tratta di applicare una tavola di principi astratti, quanto di operare un discernimento alla luce del Vangelo e del senso di umanità della Chiesa: insomma «un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria, profezia».
Al punto 19 c’è scritto: «La Chiesa, presente nel mondo come segno di unità per l’intera famiglia umana, riconosce nelle domande e nelle sfide del tempo attuale il luogo nel quale esercitare la propria vocazione all’ascolto, al dialogo e al servizio». Ma al punto 55 aborto ed eutanasia vengono definite come «scelte gravemente illecite». Come dare ascolto a coloro che, pur nella sofferenza, sentono di percorrere quelle strade?
Questa enciclica, a mio avviso, ripropone un rapporto stretto tra Chiesa e storia. E, sul letto della storia, scorrono tanti processi, incontri e scontri, novità e resistenze e via dicendo. Qui vive la Chiesa e legge questa realtà alla luce del Vangelo e del suo vissuto credente. Paolo VI presentò alle Nazioni Unite nel 1965 la Chiesa come «esperta di umanità», con un vissuto secolare e una costante riflessione sull’umanità, non statica, ma in movimento. E colpisce come la Chiesa molto presto sia intervenuta su un tema come l’Ia e le tecnologie con sue opinioni, aperta al dialogo con tutti. La sacralità della vita, dal seno materno alla morte, è nel cuore del messaggio della Chiesa, che conosce tanti drammi personali e opera in sostegno alle situazioni difficili. Ma è consapevole che la vita è un dono di Dio e non è nella disponibilità dell’uomo la decisione di sopprimerla. Il discorso è complesso, ma centrale nella visione della vita umana.
Il Papa cita sei volte la parola ‘migranti’, tra l’altro come «pietre scartate», «non semplicemente un problema da gestire, ma «un’immagine viva del Popolo di Dio in cammino”». Che messaggio vuole trasmettere?
Tutti i papi hanno guardato con attenzione l’emigrazione. Pio X, dall’inizio del Novecento, ha provveduto a strutture di sostegno a quella italiana nel mondo. Questa particolare «cura» di un delicato momento di passaggio per uomini e donne, talvolta parte di popoli, è costante nella vita della Chiesa. Pio XII parlava di un sorgivo «diritto a uno spazio vitale» da parte della famiglia migrante. È assai improprio affermare che l’attenzione all’emigrazione sia una novità degli ultimi tempi nella Chiesa o del pontificato di papa Francesco. Nel tempo globale, il fenomeno migratorio si è intensificato. È significativo che gli ultimi due papi siano segnati nella loro storia dall’emigrazione: Francesco è figlio di emigrati, Leone discende da migranti.
C’è, nella società, da una parte il timore di un’«invasione» spesso nella parte più debole della popolazione, ma si manifesta anche -in Paesi in crisi demografica- il bisogno di nuove forze di lavoro. Accogliere i migranti quindi non è solo un atto di umanità. Del resto la Chiesa cattolica vive in tanti Paesi del mondo e in mezzo ai popoli più diversi: è attenta alla realtà della nazione in cui vive, ma ha una visione internazionale della storia, non ridotta a una dimensione nazionalistica. Complessivamente considera l’emigrazione, spesso frutto di dolorose circostanze, qualcosa di positivo per chi è accolto e per chi accoglie.
Paragrafo 190: se prima la guerra era una extrema ratio oggi assistiamo ad «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale». A chi si riferisce in particolare?
Questo paragrafo s’inserisce nel V capitolo dell’enciclica dedicato a La Cultura della potenza e la civiltà dell’amore, in cui si tratta anche di come la rivoluzione cibernetica sta cambiando la guerra. In queste pagine il papa nota una riabilitazione della guerra e l’eclisse dell’idea di pace sullo scenario internazionale odierno. È un vero «cambio di paradigma», sino a considerare la guerra un comportamento connaturale all’essere umano e quindi praticamente ineliminabile: «così ci si abitua all’idea che la violenza sia inevitabile, e vada solo ottimizzata» -conclude. Il papa constata che stiamo costruendo un mondo «in stato di belligeranza permanente». In questo quadro si rivede la guerra giusta: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili». La proposta del papa è passare dall’età della forza a quella del dialogo -avrebbe detto Giorgio La Pira «l’età negoziale». Dialogo vuol dire anche rilancio della diplomazia e cultura dell’incontro con l’altro, seppure diverso. Purtroppo -constata il papa- «viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale». Ma parlare, dialogare, incontrarsi, porta a scoprire un terreno comune, anzi a disarmarsi. «Disarmare» è parola che ricorre in questa enciclica: disarmare l’Ia, ma anche le parole e lo sguardo verso l’altro. Il meditato testo di Leone XIV si staglia nei dibattiti urlati e contrapposti del nostro tempo, come un contributo sereno a una rinnovata visione del futuro. E di questa c’è bisogno!
Commenti
Posta un commento