Intervista a Luciano Violante
Valentina Stella Dubbio 23 maggio 2026
Luciano Violante, già presidente della Camera ed ex magistrato, cosa pensa delle nuove linee guida del Csm in materia di comunicazione istituzionale?
Sta emergendo, ormai da qualche anno, in tutti quanti i Paesi liberal democratici il diritto alla reputazione delle persone come nuovo diritto della modernità. E questo tipo di intervento del Csm si colloca nel quadro del riconoscimento di tale diritto.
Ma come mai secondo lei proprio adesso, soprattutto dopo la vittoria al referendum e anni di “violazione” della presunzione di innocenza, la magistratura si preoccupa di tutelare la reputazione degli indagati?
Precisiamo che qui stiamo parlando non della magistratura in generale ma del Csm, che non è un organo rappresentativo della stessa, facendone parte anche dei laici. Non a caso la relatrice della delibera è l’avvocato Eccher. Vede, ci sono quattro tipi di processo: quello giudiziario che si celebra nelle aule di giustizia, quello cronachistico che si svolge sulla stampa, quello social e infine il processo show che va in onda in televisione. Ognuno ha le proprie caratteristiche. L'intreccio tra questi quattro tipi di processo produce molto spesso una lesione profonda del diritto alla reputazione, con responsabilità da dividere tra giornalisti, magistrati, avvocati e criminologi improvvisati. C'è una passione viscerale dei mezzi televisivi per il crime perché attira l'attenzione del pubblico. Va benissimo fare cronaca ma stando molto attenti a non offendere la reputazione delle persone accusate di un reato e che poi spesso risulteranno anche innocenti. Quindi il del Csm si colloca in questo momento particolare, in cui il quarto tipo di processo sta schiacciando tutti gli altri.
Tuttavia nessuno dei togati al Csm si è opposto, fatta eccezione per qualche richiesta emendativa. E non scordiamoci che nella fase di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza l’Anm ha mosso delle critiche così come per successive iniziative legislative volte a tutelare la dignità degli indagati e dei terzi non coinvolti. Cosa è cambiato?
Ripeto: stiamo parlando del Csm che è un organo che emette anche provvedimenti che riguardano l'organizzazione interna della magistratura, il modo di rapportarsi alla comunità nazionale e così via. Chi ha parlato di bavaglio sono stati i mezzi di comunicazione, non è stata la magistratura.
Non possiamo certo dimenticare le feroci critiche dell’Anm al divieto di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare.
Io parlo di chi ha investito l'opinione pubblica della questione. Ho avuto l'impressione che i mezzi di comunicazione, temendo ci potesse costituire una sorta di censura preventiva, hanno usato quell'espressione ‘bavaglio’. È chiaro che al giornale interessa essere venduto, e la cronaca nera fa vendere più copie. Ma è altrettanto evidente che bisogna scriverne senza ledere i diritti degli interessati e riportare le dovute correzioni quando la dignità è stata lesa. Questo è il carattere nuovo che ha questo documento.
È vero come dice lei che la delibera proviene dall’organo di governo autonomo della magistratura ma è altrettanto vero che i membri togati vengono designati ed eletti dalle correnti dell’Anm. Da Tangentopoli in poi la magistratura non si è preoccupata di questo tema, ci sono stati procuratori super star da cui si sono abbeverati colleghi per decenni, e il Csm si è voltato dall’altra parte. Certi atteggiamenti non sono stati criticati da quasi nessuno all’interno della magistratura. Perché ora non è più così?
Da anni ripeto che la vera separazione delle carriere dovrebbe essere quella tra magistrati e giornalisti. Molte carriere di magistrati e di giornalisti si sono costruite sulla fuga di notizie e sul rapporto - come dire - anomalo tra questi professionisti. Tanto è vero che in un certo periodo, quando veniva fuori una certa notizia, era abbastanza sicuro che dopo una settimana sarebbe venuta fuori l'intervista a un pubblico ministero che aveva dato quella notizia. Adesso credo che questa pratica sia meno diffusa. Anche perché oggi spesso è lo stesso magistrato ad essere messo all'indice nelle cronache dei processi e forse ciò ha spinto la magistratura stessa ad avere una sensibilità diversa; perciò tutti possono trarre vantaggio da iniziative come quelle discusse in Csm.
A suo dire attribuire alle procure il compito di rettificare, qualora il giudice smentisse la tesi accusatoria, non tenta di affermare che il pm fa parte della stessa cultura della giurisdizione del giudice?
Il provvedimento del Csm è a 360 gradi, riguarda tutte le fasi comprese le indagini.
Però nelle fasi successive, quando c'è un giudicato non dovrebbe essere il giudice a comunicare, ad esempio, che è arrivata l’assoluzione rispetto ad una richiesta di condanna?
Credo che il pm, decidendo se impugnare o meno, possa essere la figura adatta a dare la comunicazione. E comunque è sempre opportuno che il giudice sia esposto il meno possibile sui mezzi di comunicazione a differenza del pm che si assume la responsabilità delle proprie iniziative. Le due figure, quella del pm e del giudice, sono molto diverse, contrariamente a quello che generalmente si pensa.
Nino Di Matteo sul Fatto Quotidiano critica la norma: “Con l’auto-bavaglio avrebbero punito Falcone e Borsellino”. Non bisognerebbe finirla di scomodare i morti per portare avanti le proprie tesi?
Sono assolutamente d’accordo con lei. L’imperatore Giustiniano, poiché c'era una grande confusione nella giurisprudenza dei pretori, stabilì che la vera giurisprudenza sarebbe stata quella che promanava da quattro o cinque grandissimi giuristi che erano morti. Quello fu ribattezzato il Tribunale dei Morti. È lo stesso fenomeno manifestato durante la campagna referendaria: quando non si hanno argomenti si chiama in causa chi non può replicare, anche rispetto a dichiarazioni mai rese. E’ una mancanza di rispetto nei confronti di chi non può replicare.
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