Intervista a Valerio Spigarelli

 Valentina Stella Dubbio 20 maggio 2026

 Avvocato Valerio Spigarelli, già presidente dell’Unione Camere Penali, cosa ne pensa delle nuove linee guida del Csm sulla comunicazione istituzionale?

L'iniziativa ha degli spunti interessanti, ma credo occorra una riflessione più ampia. Come scritto anche dalla sua collega Musco l’impressione è che in questi anni "cultura e deontologia" non siano bastate a frenare derive assai discutibili della informazione giudiziaria; ciò riguarda la magistratura, essenzialmente gli uffici di Procura, ma non solo.  Anche i giornalisti e gli avvocati partecipano ad un circo mediatico che i rispettivi codici deontologici a parole vietano. Le regole deontologiche vengono disapplicate da tutti. E sono talmente disapplicate che alcuni, in specie tra i giornalisti, neppure le conoscono. Il Fatto Quotidiano ha bollato come se fosse un bavaglio 3.0 l'iniziativa del CSM laddove nelle linee guida rimarca per i magistrati il divieto di istituire “dei canali privilegiati con l'informazione”. Ma quel divieto c'è da decenni, solo che nessuno lo fa osservare.

Se non basta la deontologia cosa bisogna fare, prevedere sanzioni?

Non è tanto una questione di sanzioni quanto di inquadramento di certe prescrizioni. Occorrerebbero norme ordinarie ben più cogenti di linee guida. Pure in riferimento alla stampa. Nel vostro Testo Unico dei doveri c’era scritto che “In caso di assoluzione o proscioglimento, [il giornalista] ne dà notizia sempre con appropriato rilievo e aggiorna quanto pubblicato precedentemente”. Ora quel dovere è stato aggiornato nel nuovo codice deontologico ma viene sempre rispettato? Direi di no.  Ci vorrebbe una legge, che però giace in Parlamento e i giornalisti e gli editori l'avversano. Il CSM ora stabilisce un obbligo parallelo per i magistrati. Ma subirà lo stesso destino dei precetti indicati a voi giornalisti?

Quindi in pratica che bisogna fare?

Approvare delle leggi che nel loro complesso evitino quello che è sotto gli occhi di tutti e cioè liquidazione della presunzione di non colpevolezza, e soprattutto la formazione di una sorta di meta-processo mediatico che poi influisce fatalmente sul processo vero e proprio. Fenomeno rispetto al quale esistono numerosi esempi.

Tipo?

Si ricorda di “mafia capitale”? Quella vicenda finì col fallimento giudiziario dell'ipotesi racchiusa in quella definizione. Ma il campo a quella ipotesi fu spianato dal famoso articolo dell’Espresso “I quattro re di Roma” comparso nel corso delle indagini preliminari, quando gli atti erano ancora coperti dal segreto. Il suo direttore quando ha descritto il terrore delle toghe di perdere il controllo comunicativo sulla fase delle indagini, durante il quale la presunzione di non colpevolezza viene completamente erosa, ha implicitamente alluso anche a quelle pratiche. Anche perché non è neppure raro che la "mostrificazione" degli indagati che avviene per alcuni casi di cronaca finisca per avere un impatto all'interno del processo vero, ad esempio con trattamenti sanzionatori più severi.

Sta dicendo che il giudice non è impermeabile al processo mediatico?

I togati sostengono di essere impermeabili ma ad ascoltare alcuni magistrati qualche dubbio mi viene, peraltro non si tiene conto che processi di grande rilievo cronachistico finiscono nelle corti d’assise.

Dove ci sono i giudici popolari. Ma da quello che si racconta sono i togati a guidarli.

Il giudice popolare è pur sempre un giudice e si porta sulle spalle molto spesso il bagaglio di un'informazione che in alcuni casi dipinge a priori l’imputato non solo come colpevole ma come un mostro. Il fatto è che il processo mediatico l'hanno vissuto prima di quello vero, e il pregiudizio si è già formato.

Nino Di Matteo sul Fatto quotidiano critica la norma: “Con l’auto-bavaglio avrebbero punito Falcone e Borsellino”.

Premesso che Falcone e Borsellino erano piuttosto sobri rispetto a quello che avviene adesso, chiediamoci qual è il dovere informativo preminente per il Potere giudiziario anche rispetto a quello che ci indica l’Europa. Lì ci dicono che il dovere di informare direttamente da parte del Potere Giudiziario è legato alla possibile insorgenza di pericoli per la collettività, per l'ordine pubblico o la sanità pubblica. In questi casi dettagliate informazioni sono giustificate, ma qui il Potere Giudiziario, in specie la magistratura requirente, le utilizza per chiedere ed ottenere consenso alla propria azione da parte dell'opinione pubblica, questo è improprio. 

Perché?

Perché la magistratura lavora in nome del popolo italiano ed è soggetta soltanto alla legge, ma non ha bisogno del consenso, anzi dovrebbero starne in guardia. Questo protagonismo informativo diretto in altri Paesi europei non si registra. Tempo fa ne parlai pure pubblicamente, rispetto al caso Garlasco, l'epitome di tutti questi mali, con Antonio Polito, che rammentava un fatto accaduto anni fa in Gran Bretagna, ove era corrispondente. Lì emersero delle notizie di grande rilievo rispetto ad una indagine, un vero e proprio scoop, che lui pubblicò sul quotidiano italiano per cui lavorava ma nessun giornale inglese lo riprese perché lì hanno una impostazione completamente diversa rispetto alle notizie provenienti dai circuiti investigativi.

Ma secondo lei perché soprattutto la magistratura requirente sente questa investitura di dover per forza comunicare?

 

Sempre per la questione del consenso, come abbiamo potuto appurare da Tangentopoli in poi. Ma non vorrei essere equivocato, questa deriva riguarda tutti i protagonisti dei processi, anche gli avvocati e gli organi di informazione. Io sarei estremamente rigoroso nei confronti degli avvocati, perché noi dobbiamo fare l’interesse del nostro assistito e non il nostro, facendoci pubblicità sulla stampa. Così come ci dovrebbero essere limiti più stringenti per gli editori al fine di evitare di pubblicare atti di indagini che inevitabilmente ledono la reputazione degli indagati. Pensiamo alle intercettazioni e quanti danni si fanno pubblicandone stralci decontestualizzati la cui interpretazione sarà ribaltata durante il processo. So che pubblicando certe notizie si vendono più copie ma lo si fa rovinando vite e reputazioni. Se tornassimo tutti dentro i ranghi sarebbe sicuramente molto meglio per i cittadini, e l'informazione seria non sarebbe pregiudicata.

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