La difesa di Delmastro in Antimafia
Valentina Stella Dubbio 27 maggio 2026
«Una dolorosa, imperdonabile leggerezza politica e non giuridica», seguita da «una precipitosa fuga da quella società» e dalle «dimissioni nate dal mio rigore morale» ma che non può trasformarsi in «un auto da fè»: si è difeso così ieri l’ormai ex sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia per fornire risposte sulla vicenda che lo ha visto socio della figlia di un prestanome del clan Senese. Per due ore l’esponente di spicco di Fratelli d’Italia, molto vicino alla premier, ha tentato di ribattere alle numerose richieste dei parlamentari della bicamerale. Innanzitutto ha chiarito: «Ritengo di non essere indagato in questo momento». E poi nei dettagli di quell’affare rivelatosi un completo fallimento sotto tutti i punti di vista, dall’economico al politico. E lo sforzo, quasi imbarazzante per quello che era il numero tre a via Arenula, di giustificare il tutto con l’inconsapevolezza e la superficialità. «Non avevo assolutamente contezza di chi fosse Mauro Caroccia – ha detto Delmastro - altrimenti avrei usato delle cautele per non figurare in società con sua figlia». Ma perché entrare in società con la giovanissima figlia? «La prima volta che cenai nel vecchio locale di Caroccia ci andai perché trovai chiuso il ristorante lì vicino dove sarei voluto andare. Trovai un ambiente simpatico e divertente e tornai altre volte. Poi, entrato in confidenza con lui, mi disse che avrebbe voluto aprire un ristorante più piccolo da affidare a sua figlia, quindi non vidi nessuna stranezza quando si trattò di intestare a lei la società». Nessun controllo operato dal Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) né dalla sua scorta, né nessun alert dall’antiriciclaggio rispetto ai suoi soci. Sulla mancata comunicazione obbligatoria alla Camera su quella partecipazione societaria ha detto: «Mandai tutto al mio commercialista e sicuramente c’è stato un errore, ma credo che la sua interpretazione sia relativa al fatto che la società, nata nel 2024, è diventata operativa nel 2025, quindi la comunicazione sarebbe rientrata nella dichiarazione del 2026». E ancora: «Non ho mai avvisato la premier Giorgia Meloni sul fatto che aveva fatto una società. L'unico che informai fu l'onorevole Giovanni Donzelli, in cui venne una sola volta nel locale a mangiare ma rimase solo pochi minuti. Nessun altro parlamentare è mai venuto nel locale». Ma tra gli ospiti, tutti paganti di tasca propria a suo dire, anche alti dirigenti del Dap. Rispondendo poi ad altre domande ha voluto convincere della sua statura morale a suo dire affermando: «Con orgoglio posso dire di aver sempre rifiutato la difesa di persone appartenenti a qualsiasi tipo di clan». Sulle due dimissioni, arrivate subito dopo la sconfitta referendaria insieme a quelle dell’ex capo di Gabinetto Giusy Bartolozzi, anch’essa ospite della Bisteccheria, Delmastro ha chiarito che tutta questa vicenda «ha portato a fatali, irrevocabili dimissioni, precipitato ineludibile per salvaguardare tutta l'attività del governo al contrasto della criminalità organizzata». E a chi dalle opposizioni lo incalzava chiedendogli se non si sentisse inadeguato a fare persino il parlamentare ha replicato: «Sembra un clima da autodafé, quei processi del medioevo dove uno doveva anche ammettere, prima che venisse giustiziato dall'inquisizione, la inadeguatezza a respirare, vivere e sopravvivere. Non mi sento inadeguato, ritengo di aver commesso un errore e di fronte a quell'errore, per il quale non sono indagato, mi sono dimesso». Si è concesso anche un momento di ilarità rispetto all’affaire ‘Bisteccheria d’Italia’: «Ormai sono diventato vegetariano e mi sono convertito. Non mangio più carne». Al termine dell’audizione il gruppo di Fdi ha sottolineato che Delmastro «ha fugato ogni dubbio o opacità rispetto ai fatti che le opposizioni ormai da mesi usano come clava della mistificazione». Di parere opposto invece i parlamentari Pd in Antimafia che hanno dichiarato che l’audizione non ha fornito risposte convincenti ad alcuna delle domande poste, tra cui: «Come è possibile che un uomo della sua esperienza, Avvocato penalista, Responsabile Giustizia del suo partito, poi Deputato e Sottosegretario alla Giustizia abbia potuto con tanta leggerezza e inconsapevolezza stringere frequentazioni e rapporti di affari con una famiglia i cui esponenti, notoriamente, erano prestanome del clan senese?».
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