Avvocati intercettati: indaga la Procura generale

 Valentina Stella Dubbio 29 maggio 2026

Oltre quaranta minuti di incontro ieri alla Procura generale di Perugia tra il Pg Sergio Sottani, il presidente del Coa di Perugia Carlo Orlando e il vertice della Camera penale locale, Luca Gentili. Era stato quest’ultimo a richiederlo dopo che era scoppiato il caso degli avvocati intercettati a colloquio con i propri assistiti nel carcere “Capanne” del capoluogo umbro, benché non interessati da nessuna indagine, ma comunque registrati dalla polizia giudiziaria nell’ambito di una inchiesta riguardante la legale Daniela Paccoi. Al termine del faccia a faccia, la procura ha diramato una nota congiunta in cui si dà conto del «clima di assoluta cordialità» in cui è avvenuto il meeting e che «da sempre contraddistingue i rapporti tra magistratura e avvocatura nel distretto umbro». Il Procuratore Generale ha assicurato «la massima attenzione sui fatti emersi di recente, i quali risultano tuttora in fase di verifica anche da parte degli organi istituzionali competenti, tempestivamente interessati» dallo stesso Sottani. Il riferimento è alla procura generale della Corte di Cassazione. Per questo, durante l’incontro non è stata affrontata nel merito la questione: occorrerà infatti effettuare supplementi di ‘indagine’ per capire cosa non abbia funzionato. Come vi avevamo raccontato dopo aver parlato con una fonte della procura perugina, non si escludono problemi legati alla strumentazione utilizzata per registrare e al fatto che nella medesima saletta colloqui del carcere oltre alla Paccoi ci fossero per pochi minuti anche altri avvocati contemporaneamente. Ma questo, come precisa il presidente Gentili, «non può giustificare quanto accaduto. Per legge quelle conversazioni non andavano registrate. Nessuno sostiene che ci sia stato dolo da parte degli investigatori ma in capo al pubblico ministero esiste l’obbligo di verificare il lavoro della polizia giudiziaria». Ed è su questo fronte che si dovrebbe muovere anche il Csm dopo la richiesta di apertura di una pratica da parte delle consigliere laiche Claudia Eccher e Isabella Bertolini. Dal comunicato, comunque, è emerso come «tutti i partecipanti hanno unanimemente ribadito il valore essenziale della funzione difensiva quale cardine del giusto processo, evidenziando altresì che eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi proprie, nel pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento». Infine è stato precisato che «il clamore mediatico non giova a un sereno e rigoroso accertamento dei fatti». Questo passaggio è legato anche alla circostanza che in spregio alla presunzione d’innocenza, il nome dell’avvocato Paccoi, professionista con 45 anni di carriera alle spalle, è finito un mese fa nel frullatore mediatico appena notificato l’avviso di conclusione indagini. Tant’è vero che la Camera Penale di Perugia protestò fortemente contro la messa alla gogna della collega suscitando la reazione stizzita dell’Assostampa e dell’Ordine dei giornalisti umbri che hanno incredibilmente accusato i penalisti di mettere «alla gogna la stampa locale». L’incontro di ieri comunque non frena la cinque giorni di astensione proclamata dall’Unione delle Camere Penali e la manifestazione dell’11 mattina a Perugia. Intanto da Napoli è arrivata la notizia che le foto e le intercettazioni dove compaiono oppure sono citati avvocati penalisti resteranno fuori dal processo che vede imputato Salvatore Puzio, assistito da Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi. Lo ha deciso la Corte di Assise avendole ritenute irrilevanti. Era stato un gip ad autorizzare da parte della Procura guidata da Nicola Gratteri il monitoraggio audio-video del corridoio esterno all’aula 114 del tribunale e della tribuna riservata al pubblico allo scopo di accertare minacce sui testi. La reazione dell’avvocatura napoletana era stata immediata e compatta con comunicati e prese di posizione del Coa e della Camera penale partenopea. Durante l’ultima udienza di due giorni fa poi quasi cento avvocati penalisti avevano riempito l’aula per esprimere vicinanza ai colleghi coinvolti. Nei giorni scorsi il procuratore capo aveva diffuso una nota per chiarire che «nessuna attività di intercettazione o di pedinamento» era stata «disposta nei confronti di difensori», né era stata «indicata alcuna conversazione attinente al mandato difensivo». Ma adesso i magistrati hanno tracciato un confine chiaro tra investigazione e diritto di difesa. L’Ordine degli avvocati ha espresso «soddisfazione per l’accoglimento da parte del giudice di quanto fortemente auspicato dal consiglio con delibera del 19 maggio 2026, ovvero la non acquisizione agli atti della Corte d’Assise della relazione delegata dalla Procura che andava a ledere le libertà e i diritti dei difensori». E la Camera penale, attraverso il segretario Maurizio Capozzo, ha sottolineato: «La Corte d’Assise ha fatto chiarezza in questa vicenda, allineandosi al dettato normativo, e lasciando fuori dal processo atti in violazione delle prerogative difensive e dell’onorabilità degli avvocati. In ogni caso vigileremo e se necessario intraprenderemo tutte le iniziative affinché il diritto di difesa non sia violato, rivendicando la tutela della dignità e del rilievo costituzionale della funzione che è una garanzia per tutti i cittadini». 


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