Intervista a Francesco Petrelli
Valentina Stella dubbio 30 ottobre 2026
Francesco Petrelli, Presidente UCPI, con quale spirito parte oggi questo congresso straordinario?
Avverto un grande interesse e molta partecipazione, il che era prevedibile trattandosi del primo Congresso dell’Unione dopo il referendum. Sarà certamente un Congresso straordinario diverso dagli altri perché questa volta la riflessione riguarda l’avvocatura stessa e il suo ruolo politico. Non si era infatti mai dato tanto spazio alla discussione interna e non era neppure mai capitato che si coinvolgessero le singole camere penali nella elaborazione dei temi da discutere. Credo che si tratti di un segno di grande vitalità dell’Unione che non va disperso ma ulteriormente sollecitato e interpretato.
Il titolo è “L’avvocato tra processo e società - Il valore democratico della difesa”. Perché questa scelta?
La campagna referendaria ci ha fatto comprendere l’importanza della comunicazione e la necessità di proporci come attori fondamentali della crescita democratica del Paese. Dobbiamo imparare a narrare il nostro ruolo e la nostra visione dei diritti e delle garanzie con un nuovo linguaggio, perché un avvocato la cui immagine è debole nella società è un avvocato debole anche nel processo. Si tratta di una sfida fondamentale perché implica anche la consapevolezza della necessità di cambiare passo sul piano della comunicazione e di fare un importante investimento su questo fronte attraverso la partner professionali. E’ infatti fondamentale entrare in sintonia con il cittadino utilizzando una lingua semplice ed efficace, anche se siamo ben consapevoli che i valori del garantismo che noi intendiamo diffondere hanno un contenuto contro-intuitivo non facile da trasmettere. La nostra azione comunicativa si scontra, non solo con un pensiero dominante giustizialista, ma anche con la difficoltà di riuscire a semplificare il nostro pensiero senza banalizzarlo e senza stravolgerlo.
La Camera penale del Piemonte occidentale e della Valle d’Aosta chiede di inserire tra gli scopi statutari la separazione delle carriere. Lei è d’accordo? Ne avete discusso in Giunta?
Si tratta di una questione interessante, perché tocca temi che sono molto popolari in questo momento, ma ne tratterò nella mia relazione.
Su quattordici contributi pubblicati sul vostro sito solo due inseriscono la separazione tra gli obiettivi della nuova politica dell’Unione. Gli altri avvocati, invece, chiedono di puntare su altro. La comunità dei penalisti sta cambiando?
L’Unione è una comunità complessa cresciuta numericamente e qualitativamente intorno ai temi del giusto processo e del garantismo, ed ha prodotto nel tempo, come ci è stato riconosciuto da più parti, elaborazioni di grande valore politico e scientifico. Quelli proposti dalle camere penali sono tutti temi di grande interesse: dal processo telematico, all’intelligenza artificiale; dal fallimento delle politiche carcerarie, all’effettività del diritto di difesa; dalle misure di prevenzione, all’analisi statistica dei diversi fenomeni processuali. Ma si tratta di temi che hanno sempre accompagnato, senza contraddizione, l’impegno per la realizzazione del giudice terzo attraverso la separazione delle carriere. Il cambiamento non riguarda tanto la “comunità dei penalisti”, ma riguarda altro: c’è da chiedersi piuttosto come si trasforma la professione e come muta l’immagine stessa dell’avvocato penalista sotto l’urto delle tecnologie, dei social e del processo mediatico e ragionare in chiave politica di tutto questo.
Nell’ultima assemblea i past president hanno sottolineato la difficoltà di reperire nell’Unione talenti politici in grado di rilanciarla. Avverte anche lei la stessa preoccupazione?
Credo che la vera esigenza sia quella di dare continuità alla nostra azione valorizzando la capacità delle nuove generazioni di interpretare le straordinarie modificazioni che attraversano l’avvocatura. Il problema è che i tribunali non sono più, come erano una volta, quei luoghi di formazione capaci di avvicinare i più giovani alla politica associativa. L’Unione ha sotto questo profilo un compito di supplenza da svolgere. E’ da questa considerazione che è nata l’idea di una scuola politica dell’Unione che risponda all’esigenza di formazione della nostra classe dirigente futura.
Cosa pensa degli attacchi della Meloni alla gip di Milano che non ha convalidato fermo di Siher?
Con il nostro comunicato abbiamo già duramente condannato quell’intervento definendolo una “ingiustificabile opera di delegittimazione della funzione giudiziaria”. Credo, tuttavia, che quelle dichiarazioni siano non solo il prodotto di una campagna elettorale già in atto e un modo di parlare alla pancia del proprio elettorato, ma il segno di una degenerazione più profonda. C’è dietro l’idea che magistratura e legge penale siano instrumentum regni, che debbano essere solo un strumento di governo da utilizzare per fini politici e che le finalità securitarie perseguite da chi governa debbano ad ogni modo e in ogni caso raggiungere il loro scopo repressivo attraverso l’opera della magistratura. Ma nella materia penale le norme, sostanziali e processuali, rispondono ad un diverso fine di garanzia e compito della magistratura è quello di applicarle correttamente nel loro significato e nei confini della costituzione. Il giudice non può essere mai un giudice di scopo. Pretendere il contrario significa ignorare l’ABC di uno stato di diritto.
Nel momento in cui scriviamo, Cosimo Ferri (riconteggi permettendo) sarebbe un nuovo consigliere del Csm, sebbene solo con 258 voti. Che ne pensa?
Abbiamo assistito ad una campagna elettorale che ha smentito del tutto la campagna referendaria di ANM di pochi mesi fa, secondo la quale il correntismo era un fenomeno del passato, oramai inesistente. Al contrario, nella campagna per il rinnovo del CSM tutti avevano nel programma la lotta al correntismo. L’elezione di Cosimo Ferri anche se da indipendente evidentemente testimonia il fatto che quella dei legami storici fra politica e magistratura resta tuttora un’opzione appetibile.
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