Meloni: non adeguo stipendi dei magistrati

 Valentina Stella Dubbio online 18 ottobre 2026

«Direttore non firmerò»: così ha risposto poche ore fa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni raggiunta al telefono dal direttore dell'Adnkronos Davide Desario. «In coscienza – ha spiegato la premier - non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati». Ecco, sta avvicinandosi un nuovo scontro tra politica e magistratura. Questa volta non c’entra l’assetto del Csm né la parità delle parti nel processo ma gli stipendi delle toghe.

Com’è noto qualche giorno fa diverse testate hanno dato la notizia per cui lo Stato deve a oltre 11mila magistrati 970 milioni di euro, in conseguenza di un contenzioso sul calcolo degli aumenti di stipendio. Il Consiglio di Stato ha infine dato ragione ai ricorrenti che da gennaio 2027 dovrebbero vedersi riconosciuti gli arretrati dovuti e mai ricevuti. Non si tratta però delle cifre enormi per cui ad ogni singolo magistrato sarebbero finiti in tasca circa 100 mila euro. Secondo un documento interno dell’Anm ma che abbiamo potuto visionare ad un magistrato con la settima valutazione di professionalità, ossia quella più alta e più pagata, spetterebbero in totale 12.254 euro netti di arretrati. Una cifra lontanissima da quella rilanciata in questi giorni.

Come ha commentato Giovanni Zaccaro, Segretario di AreaDg, «è stata diffusa una notizia (o una velina? Non spetta a noi ricostruirlo), nella quale si parla di cifre sideralmente distanti da quelle reali. Un buon modo di distogliere l'attenzione degli italiani sulle vere ragioni della grave crisi economica in cui ci troviamo, offrendo loro un facile capro espiatorio. Purtroppo molti quotidiani hanno ripreso acriticamente questa notizia, senza informarsi sulla effettiva portata delle decisioni e sulle ragioni delle stesse. Ancora una volta si privilegiano le ragioni della propaganda rispetto alla necessità di preservare l'immagine e la dignità di una importante istituzione dello Stato».

Ma i conti esatti non sono bastati a fermare polemiche e propaganda politica. E dunque da qui l’affondo di Meloni: «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario.  Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell'autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia». La premier ha invitato le «associazioni rappresentative» dei magistrati a «cercare insieme una soluzione, sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento».

Con Giorgia Meloni si è schierata subito Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia: «Condivido la scelta di Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm sugli aumenti di stipendio ai magistrati. In un momento in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano sacrifici e incertezze, in cui l'emergenza energetica rischia di mettere in ginocchio le nostre economie, destinare quasi un miliardo di euro a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità. La forza di chi governa si misura nella capacità di assumere decisioni anche quando sono difficili».

Immediata la replica dell’Anm, con il vice segretario Stefano Celli: «Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l'ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso». 

A prendere posizione anche Magistratura Indipendente, la corrente di solito più vicina al Governo: «grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze. Ritardare ulteriormente l’adempimento può accrescere gli oneri a carico dello Stato, alimentare altro contenzioso e determinare un danno erariale, con eventuali responsabilità da accertare nelle sedi competenti. Non può essere la collettività a sostenere i costi derivanti dalla scelta di non dare tempestiva attuazione a decisioni giurisdizionali vincolanti». Magistratura Indipendente scrivono Antonio D’Amato e Giancarlo Dominijanni «respinge, inoltre, la contrapposizione tra magistrati e cittadini in difficoltà. La tutela delle fasce deboli e il rispetto delle sentenze sono entrambi doveri dello Stato. L’uno non può diventare il pretesto per disattendere l’altro. Se l’esecutivo potesse ignorare sentenze definitive, sarebbero anzitutto i più deboli a pagarne il prezzo: ogni diritto dipenderebbe dal favore del potere di turno».

In serata la replica della Giunta esecutiva dell’Anm: «La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni». Per le toghe presiedute da Giuseppe Tango, «la giustizia non può essere un terreno di propaganda. Il problema sono i tribunali che cadono a pezzi, gli organici scoperti, la mancanza di giudici e pm. Siamo pronti a confrontarci su questo con la Presidente del Consiglio».

Commenti

Post popolari in questo blog

Sollicciano, Pd: Nordio ci metta la faccia

La responsabilità penale è personale

Garlasco, sì alla revisione del processo? Indagato Andrea Sempio