Porte girevoli, strappo tra FI e FdI. Insorgono le toghe


Valentina Stella Simona Musco 22 ottobre 2026

Le porte girevoli aprono una nuova spaccatura all’interno della maggioranza, in particolare tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Pomo della discordia un emendamento al decreto legge Giustizia e Interno, in discussione in commissione Giustizia della Camera, che dimezza i termini entro i quali i componenti togati del Consiglio superiore della magistratura, cessati dal mandato, non possono concorrere a incarichi direttivi e semidirettivi (da quattro a due anni) né essere nuovamente collocati fuori ruolo (da due a un anno).

A firmarlo è la deputata Carolina Varchi ma il capogruppo degli azzurri, Enrico Costa, ha dichiarato la sua ferma opposizione, intervenendo all’evento dei dieci anni del Dubbio. «Noi voteremo contro e spero che anche il governo dia parere negativo». Ad annuire dalla prima fila anche il viceministro Francesco Paolo Sisto. «È un problema strutturale - ha affermato Costa - avere il potere giudiziario nella pancia dell’esecutivo e che sia un magistrato a mettere il vaglio sul mio emendamento». L’iniziativa della parlamentare di FdI ha suscitato la ferma reazione anche della magistratura. Secondo l’Anm si tratta di una modifica «sbagliata nel metodo e nei tempi».

Secondo le toghe guidate da Giuseppe Tango, «il principio della norma attuale è quello di fugare il sospetto di qualunque trattamento di favore ai consiglieri togati che cessano dal loro mandato, prevedendo un periodo di decantazione pari al mandato svolto. Abbreviare quei termini alimenta proprio quel medesimo sospetto». Contrari anche i candidati di Area al Csm che annunciano: «Non condividiamo la norma, rischia di appannare l’immagine di indipendenza dei consiglieri e del Csm e tutti noi ci impegniamo, nel caso di elezione, a non avvalerci dei benefici previsti dall’emendamento e a rispettare le regole più severe previste dalla legge Cartabia». Pure per Unicost «il periodo di attesa serve a prevenire il rischio di scambi di favore e a tutelare l’indipendenza e la credibilità del Consiglio. Il mandato consiliare non deve diventare un trampolino di lancio per la carriera». Sull’emendamento si voterà molto probabilmente la prossima settimana ma si prevedono scintille tra gli azionisti di governo.

Il tema delle porte girevoli è al centro del dibattito anche per un’altra vicenda. Oggi il Csm avrebbe dovuto votare la delibera che autorizza i “baby” fuori ruolo, cioè la possibilità di accedere agli incarichi ministeriali, e non solo, anche per i magistrati con appena sei anni di anzianità e, dunque, con la prima valutazione di professionalità. La discussione è stata rinviata, ufficialmente per correggere alcuni errori che andavano emendati. Stando a voci interne al Consiglio, tuttavia, la discussione avrebbe creato imbarazzo, considerato l’avvicinarsi della scadenza elettorale del Csm, che porterà i magistrati al voto nel fine settimana. Di qui, secondo quanto riferito negli ambienti consiliari, la preoccupazione di non apparire “scodinzolanti” con il ministro. Nel frattempo, sono stati approvati altri due fuori ruolo, uno dei quali con seconda valutazione di professionalità, con tanto di polemica d’ordinanza.

A contestare l’orientamento del Consiglio è stato il consigliere indipendente Andrea Mirenda, secondo cui il Csm è «ridotto a cinghia di trasmissione. Il ministero chiede, noi diamo. Questo il canovaccio della relazione con il ministero in questi tre anni e mezzo. Dov’è la nostra scelta? Io credo che il Consiglio su questi temi stia abdicando alla propria funzione. Leale cooperazione significa dire anche al ministro di verificare quale sia il suo reale fabbisogno e se la skill che è necessaria esiga la presenza di un magistrato oppure se gli stessi valori, gli stessi contributi conoscitivi non possano passare attraverso audizioni, la creazione di una commissione ad hoc con il magistrato che la sera se ne torna a casa a fare il suo lavoro. Il fuori ruolo non deve essere l’unica forma attraverso la quale noi diamo un contributo, che io ritengo giusto dare, alla pubblica amministrazione. Rendiamoci conto che questa stratificazione ventennale ha prodotto distorsioni estremamente rilevanti».

A replicare è stato il consigliere laico di Italia Viva Ernesto Carbone: «State mettendo però nero su bianco che un magistrato può dare venti anni di carcere a una persona e non può fare il lavoro amministrativo in un ministero. Stop». Agevole rispondere che il magistrato ha studiato per giudicare, non per fare il dirigente amministrativo.

La modifica della circolare sui fuori ruolo non è un’iniziativa originale del Csm: il documento si è reso necessario per adeguarsi alle modifiche legislative del 2024. Se prima erano necessari dieci anni di anzianità per lasciare procure e tribunali e lavorare fianco a fianco con la politica, ora ne basteranno sei. La delibera mantiene ferme le condizioni relative agli intervalli temporali da rispettare dopo il rientro da un precedente incarico fuori ruolo: tre anni se l’incarico è durato più di cinque anni, due se è durato un periodo pari o inferiore.

Slitterà inoltre al primo gennaio 2030 il limite di 180 magistrati fuori ruolo stabilito dalla legge Cartabia: fino alla fine del 2029 sarà possibile mantenerne 200 fuori dai tribunali e dalle procure. Le divisioni nella maggioranza si sono manifestate anche in seconda commissione a Montecitorio, dove ieri non si è arrivati a una conclusione sul ddl sugli smartphone. Anche in questo caso, a quanto pare, a bloccare il provvedimento sarebbe stato il veto della Lega, che prima di avallare la norma vorrebbe portare a casa la legge sul Tribunale di Bassano.

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