Pm a Meloni: Nana borgatara...poi smentisce

 Valentina Stella Dubbio 20 ottobre 2026


Non si placano le polemiche dopo che due giorni fa la premier Giorgia Meloni ha annunciato di non voler firmare il Dpcm con il quale si dovrebbero adeguare gli stipendi dei magistrati. «Fa bene» ha detto il leader di Azione Carlo Calenda, ospite di Ping Pong su Rai Radio 1 per il quale «i magistrati sono una delle categorie più pagate e con meno giornate lavorative in Italia. Noi non abbiamo una lira e il potere d'acquisto delle famiglie per colpa dell'inflazione è ai minimi storici. Abbiamo dei salari da fame, una sanità sfondata, ci mettiamo a dare un miliardo ai magistrati? Mi sembra una cosa fuori dal mondo», ha concluso. A dare manforte anche l’ex magistrato Luca Palamara: «La casta si auto-liquida l'aumento: è l'immagine immediata di fronte alla notizia di quasi un miliardo di euro da destinare agli arretrati e agli adeguamenti degli stipendi dei magistrati. È altrettanto ovvio che la decisione del Consiglio di Stato dovrà essere rispettata. Ma il problema posto da Giorgia Meloni è reale. In un Paese in crisi, nel quale milioni di famiglie non arrivano alla fine del mese, reperire nella legge di bilancio quasi un miliardo per aumentare retribuzioni già elevate è una scelta politicamente difficile da comprendere e ancora più difficile da spiegare. E che in generale riguarda la casta e non solo i magistrati». In realtà le cose non stanno così. E a smentire la propaganda populista di questi giorni ci ha pensato il magistrato contabile Andrea Carapellucci con un dettagliato articolo su Questione Giustizia che sfata soprattutto il falso scoop dei 100.000 euro per ciascun magistrato: «Non ci sono dubbi che la base per il calcolo sia lo stanziamento di 970 milioni di euro nel bilancio dello Stato, divisa per circa 11.000 beneficiari. La somma rappresenta, pertanto, l’onere complessivo gravante sul bilancio pubblico, che certamente comprende, fra l’altro: i contributi previdenziali (circa il 30%) e gli altri oneri riflessi, come l’Irap; la quota destinata ad essere trattenuta dal datore di lavoro (lo stesso Stato) ai fini del versamento dell’Irpef». Spiega ancora Carapellucci: «Gli arretrati retributivi sono tassati, se relativi ad annualità precedenti a quella in corso, sulla base dell’aliquota media del biennio precedente: per dipendenti ad alto reddito, come i magistrati, questa è vicina al 40% (della somma al netto dei contributi previdenziali). È quindi assolutamente impossibile che un magistrato riceva in busta paga la somma derivante dalla divisione tra l’onere totale a carico dello Stato e il numero dei beneficiari. Il fatto che autorevoli quotidiani e giornalisti abbiano ritenuto accettabile proporre un calcolo di questo tipo, senza neppure preoccuparsi di precisare che gli importi effettivamente percepiti dai magistrati sarebbero stati di gran lunga inferiori, è preoccupante. Secondo le stime dell’ANM, un magistrato ordinario a inizio carriera potrebbe ricevere circa 7000 euro netti, uno a fine carriera, 17.000». Ma perché sarebbe avvenuto tutto questo? Alcuni magistrati sussurrano che sia stato il Governo a passare una velina alla stampa facendo credere di fornire una notizia sensazionalistica che sarebbe servita a delegittimare la magistratura dando la possibilità alla premier di portare avanti una battaglia demagogica in un periodo difficile per le tasche degli italiani.  Intanto è bufera sul pm in servizio alla Procura di Roma, Alessandro Di Cicco, che domenica, subito dopo le dichiarazioni della Meloni, avrebbe scritto su Facebook: «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia». Il condizionale è d’obbligo perché il magistrato ieri ha sporto denuncia/querela: «Mi hanno hackerato il profilo Facebook e sto andando al commissariato -ha riferito all’Adnkronos- a denunciare. Non sono stato io a scrivere quel post sulla premier, ero in viaggio e quando mi sono accorto di quanto successo, e cioè che qualcuno aveva scritto quel testo sul mio profilo, ho provveduto subito a cancellarlo». Ma, intanto, il sindacato delle toghe ieri ha preso immediatamente le distanze: «Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole rivolte al presidente del Consiglio sui sociali da un magistrato di Roma. Ne prendiamo le distanze con fermezza». Mentre Enrico Aimi, componente laico del Csm, ha chiesto l’apertura di una pratica affinché «siano verificati i fatti e valutata l'eventuale sussistenza di profili disciplinari. Ho inoltre richiesto la trasmissione alla Quarta Commissione per gli aspetti eventualmente rilevanti ai fini delle valutazioni di professionalità, nel rispetto delle competenze dei diversi organi». Secondo Aimi, «la libertà di espressione è un diritto fondamentale e deve essere garantito a tutti, magistrati compresi. Ma chi esercita una funzione così delicata come quella giudiziaria è tenuto a osservare doveri di equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni, anche quando interviene nel dibattito pubblico». Alla richiesta di Aimi si è associata Carolina Varchi, deputata di Fratelli d'Italia e capogruppo in commissione Giustizia.

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