Costa sfida gli alleati sulla giustizia
Valentina Stella Dubbio 24 ottobre 2026
Enrico Costa lo ha annunciato con piglio e orgoglio durante il dibattito su politica e giustizia organizzato qualche giorno fa per festeggiare i dieci anni del nostro giornale: “Il 6 novembre Forza Italia, insieme all’Osservatorio Giustizia Liberale della Fondazione Einaudi, organizza ‘Gli Stati generali dei garantisti’”. Una sorta di manifesto elettorale per cominciare a scaldare i motori in vista della campagna elettorale. Se è vero che il referendum è stato perso, il capogruppo dei deputati azzurri Costa non rinuncia alla battaglia e proprio in quella sede, tra le varie questioni, si affronterà quella della separazione delle carriere “anche in forma diversa, casomai non direttamente come riforma costituzionale. Non bisogna mollare. Le correnti continuano ad esserci. Vogliamo affrontare il tema del disciplinare nella magistratura o vogliamo archiviare tutto?”. E poi contro la “valanga di magistrati fuori ruolo" e le “blande valutazioni di professionalità”. Tra i panel anche quello sul garantismo nell’esecuzione penale, prescrizione, intercettazioni, processo mediatico. “Bisogna avere il coraggio anche in questa fase – ha concluso Costa – di sganciarci da posizioni conservatrici e avere coraggio sui temi della giustizia che incidono sulla carne viva delle persone, anche introducendo il voto a scrutinio segreto”. Insomma, mentre tutte le altre forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, non intendono riparlare di riforma dell’ordinamento giudiziario da qui ai prossimi decenni l’indomito Costa rilancia la battaglia. E lo fa insieme ad un pacchetto più ampio di riforme. Chiaramente il decalogo da lui proposto segna nettamente la distanza dagli altri attuali azionisti di Governo. E ci si chiede,guardando al passato e al futuro, quanto possa reggere un'alleanza del centrodestra sui temi della giustizia senza correre il rischio di uno snaturamento a causa di una coabitazione non sempre felice. Basta mettere in fila alcuni episodi. Forza Italia, ad esempio, era a favore della proposta di liberazione anticipata sollecitata da Roberto Giachetti insieme a Nessuno Tocchi Caino. Eppure quando si è trattato di votarla gli azzurri si sono tirati indietro per non minare gli accordi di maggioranza. Poi sulle detenute madri il partito di Tajani fece un altro dietrofront, ritirando l’emendamento con cui inizialmente mirava a “calmierare” la norma contenuta nel decreto sicurezza, che eliminava l’obbligatorietà del differimento della pena per le donne incinte o con figli fino a un anno di età. Fi però ultimamente ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con Lega e Fratelli d’Italia su due temi: ha imposto il proprio rifiuto alle richieste, fatte proprie dalla presidente della commissione bicamerale Antimafia Chiara Colosimo di FdI, del procuratore Gianni Melillo per ripristinare la pesca a strascico. E inoltre non intende cedere troppo terreno sulla legge sugli smartphone. Approvata già al Senato all’unanimità della maggioranza e con l’astensione del Pd, sta subendo un lungo calvario alla Camera non solo per le richieste di modifica sempre della Colosimo per i reati di mafia e terrorismo ma negli ultimi giorni anche per colpa della Lega che pretende un baratto: il sì alla norma in cambio della riapertura senza condizioni del Tribunale di Bassano, come desiderato dal sottosegretario del carroccio Andrea Ostellari. Da ultimo il no di Costa, annunciato sempre al nostro dibattito, all’emendamento Varchi che dimezza i termini entro i quali i componenti togati del Csm, cessati dal mandato, non possono concorrere a incarichi direttivi e semidirettivi né essere nuovamente collocati fuori ruolo. Così come per gli smartphone gli azzurri sfidano i leghisti: “Votassero contro insieme alle opposizioni”. Questo quadro ricostruisce una separazione netta tra Forza Italia e gli altri due partiti di maggioranza. Le riforme garantiste, come abbiamo visto, hanno incontrato resistenze proprio tra gli alleati di Fi. Allora adesso il partito fondato da Silvio Berlusconi sarà costretto a chiedersi come evitare di sacrificare la propria identità per tenere comunque salda la coalizione e stabilire quali punti dell’agenda giustizia considerare difficilmente negoziabili, per evitare marce indietro che poi avrebbero due conseguenze: abdicare ai propri principi dinanzi agli elettori ma anche dare alle opposizioni, qualora tornassero al governo, di accusarli di ipocrisia.
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