Arrestato Lavitola

 Valentina Stella Dubbio 11 agosto 2026

Ieri pomeriggio si sono aperte le porte del carcere per Valter Lavitola. L’ imprenditore ed ex giornalista, già finito in passato dietro le sbarre, è accusato di essere il mandante dell’esplosione avvenuta il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. I Carabinieri hanno dato esecuzione a un’ordinanza che dispone la custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della locale Dda, nei confronti sia di Lavitola che di Tavares Gomes Clesio gravemente indiziati, secondo gli inquirenti, «dei delitti di concorso in detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, con l'aggravante di aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso». Le investigazioni avevano già condotto, lo scorso 30 giugno, all'arresto di altri quattro soggetti (tre in carcere, la quarta ai domiciliari), anch’essi gravemente indiziati di essere gli esecutori materiali della deflagrazione. Secondo la Procura di Roma Lavitola sarebbe la mente dell’attentato e avrebbe dato mandato a Gomes di individuare i soggetti in grado di reperire l’esplosivo e di compiere l'attentato dimostrativo davanti alla villa del giornalista. Inoltre, lo stesso Lavitola avrebbe partecipato personalmente, insieme a Gomes, a un primo sopralluogo esplorativo sul luogo del delitto il 15 settembre 2025. Ma quale sarebbe il movente dietro ad una azione di tal genere verso un amico fraterno come Ranucci? Farlo diventare presidente del Consiglio nel 2027 come leader del campo largo a sinistra. Già dal 2024 Lavitola cercava di convincere Ranucci a lasciare il giornalismo per candidarsi. Lavitola chiedeva a Ranucci: «Sei mai stato nel corridoio dei presidenti di palazzo Chigi?». E il conduttore: «Non ancora». Per la gip questa risposta lasciava «trapelare il desiderio di poter percorrere un giorno quel corridoio». Lavitola si sarebbe posto nei confronti di Ranucci come una persona sempre disposta a sostenerlo e a difenderlo a fronte di difficoltà lavorative, come un adulatore e suo grande estimatore. Avrebbe sfruttato ogni occasione utile per persuadere Ranucci del successo che avrebbe ottenuto entrando in politica, approfittando dei momenti di difficoltà per suggerirgli di lasciare la sua attività giornalistica, spesso ostacolata dai vertici Rai. Dunque la bomba secondo il gip avrebbe avuto due scopi: rendere più difficile colpire professionalmente Ranucci una volta che il giornalista fosse stato trasformato, agli occhi dell’opinione pubblica, in «un bersaglio della criminalità organizzata». Il secondo: «aumentare esponenzialmente la popolarità della persona offesa in modo da agevolare la sua imminente “discesa in campo”». Lavitola, se il progetto fosse andato in porto, si sarebbe garantito «un posto di rilievo nel panorama politico italiano».  Essendo questa la presunta ragione dietro l’attentato, non viene contestata la strage. Quell’atto sarebbe stato commissionato esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i suoi progetti in ambito politico. Non certo per uccidere. Ma Ranucci era d’accordo con l’attentato? Il gip lo esclude: «Allo stato non è emerso alcun elemento da ritenere che il giornalista fosse d'accordo con Lavitola». Anzi, le risultanze acquisite, inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della «manipolazione dell'indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest'ultimo, dall'altro, in ragione del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell'incriminazione dell'amico». Una rappresentazione forse infelice verso uno dei massimi giornalisti d’inchiesta del Paese. Le misure restrittive si fondano, in base a quanto documentato nelle 198 pagine di ordinanza del gip, sull'analisi incrociata dei tabulati telefonici e telematici delle celle serventi l'area dell'attentato, dal tracciamento dei veicoli coinvolti nelle fasi preparatorie e dall'esame forense dei telefoni cellulari in uso agli indagati, che avrebbero smentito i tentativi di precostituirsi degli alibi difensivi.  Intanto, contestualmente all’ordinanza, è stato emesso un mandato di arresto per Gomes, attualmente in Africa. Rispetto all’aggravante di cui all'art. 416 bis 1 c.p. scrive il gip che «non è necessaria la prova della sussistenza di una associazione mafiosa cui riferire in concreto le modalità d'azione essendo sufficiente che la violenza o la minaccia richiamino alla mente e alla sensibilità del soggetto passivo la forza intimidatrice tipica dell'agire mafioso».  In merito, invece alle esigenze cautelari, si rileva «un concreto e attuale rischio di interferenza con le fonti di prova e di inquinamento delle stesse», a partire dal fatto di aver offerto ai presunti autori materiali assistenza economica per allontanarsi nel momento in cui erano emerse notizie a loro carico, promettendo tutela legale al fine di assicurarsi il loro silenzio. Inoltre per Tavares il pericolo di fuga si è già concretizzato, mentre per Lavitola potrebbe essere posto in essere «atteso che le indagini hanno appurato che lo stesso ha interessi economici in Camerun dove potrebbe rifugiarsi». La misura degli arresti domiciliari deve ritenersi inidonea in quanto sia pure con l'applicazione del dispositivo di controllo del braccialetto elettronico presuppone un atteggiamento di collaborazione e in qualche modo di accettazione che non appare nella specie in alcun modo ipotizzabile. Ovviamente tutto quello che vi abbiamo raccontato deve essere ancora vagliato con attenzione dal legale di Lavitola, l’avvocato Sergio Cola, e il quadro potrebbe mutare a seguito dell’interrogatorio dell’indagato che potrebbe svolgersi già oggi.

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