Maxi risarcimento per la famiglia di un detenuto morto a Rebibbia

 Valentina Stella Dubbio 14 agosto 2026

687.265 euro: è questa l’enorme cifra che il Ministro della Giustizia dovrà pagare come risarcimento ai familiari di un detenuto morto nel carcere romano di Rebibbia nella notte tra il 5 e 6 maggio 2020. Lo ha stabilito la seconda sezione del Tribunale civile di Roma. Ripercorriamo la vicenda. Carlo (nome di fantasia) veniva ristretto presso la Casa Circondariale il 19 febbraio 2020; in sede di visita medica quale nuovo giunto, gli veniva riscontrata e documentata una condizione di dipendenza da sostanze stupefacenti, protratta da circa 20 anni. Il 2 maggio subiva una aggressione fisica dal compagno di cella; trasferito in altra cella, fu soggetto allo stesso trattamento violento nel pomeriggio del 5 maggio 2020. Accusando dolori addominali, gli fu consegnata una bustina del farmaco Buscopan dal personale infermieristico che lo lasciava libero di assumerlo autonomamente. Carlo però all'interno del bagno sciolse il granulato contenuto nella bustina di Buscopan e lo inalò per ricavarne effetti psicotropi. La sera stessa, dopo cena, si preparava una sigaretta con miscela di tabacco e polvere ottenuta dal frazionamento di una pasticca di Seroquel, psicofarmaco in uso e nella disponibilità del compagno di cella. Durante la notte si sentì male e solo la mattina, dopo la richiesta di soccorsi attivata dai compagni di cella, giunse il personale sanitario che procedette a rianimazione cardiopolmonare per 40 minuti, senza ripresa dell'attività cardiorespiratoria. Carlo morì. Secondo la perizia medico legale della Procura la causa del decesso è da rintracciare in una «intossicazione acuta da sostanze xenobiotiche (nella specie: scopolamina)» (derivante dalla sintetizzazione del Buscopan) e di altre sostanze psicotrope (tra cui la quietiapina, principio attivo del farmaco Seroquel). La famiglia di Carlo, assistita dall’avvocato Daniele Grasso, ha fatto dunque causa a Via Arenula per aver fornito a Carlo il Buscopan senza vigilare sulla sua assunzione e per averlo messo in una cella dove erano presenti altri detenuti in trattamento con il Seroquel, sì da creare colpevolmente le condizioni per l'uso improprio e promiscuo di una pluralità di farmaci e principi attivi aventi potenziali effetti psicotropi o comunque dannosi per l'organismo. Il Ministero della Giustizia ha sostenuto invece di essere carente di “legittimazione passiva” in quanto, vertendosi di responsabilità del personale sanitario operante all'interno della Casa Circondariale di Rebibbia, i familiari della vittima avrebbero dovuto citare in giudizio la ASL competente. Ma per i giudici non è così in quanto, come si legge in sentenza, «la domanda attorea trov[a] causa non già nella malpractice dei sanitari nell'ambito del percorso terapeutico» di Carlo «quanto piuttosto nella omessa vigilanza del personale penitenziario in ordine alla sicurezza del detenuto al momento dell'assunzione del farmaco correttamente prescritto e nel periodo di tempo immediatamente successivo». Benché, si legge ancora, «ai fini della gestione del trattamento sanitario dei detenuti, l'Amministrazione penitenziaria si avvale delle competenze dell'Azienda Sanitaria: tuttavia, essa resta, per legge, la responsabile ultima delle prestazioni fornite, in qualità di ausiliare, dal personale sanitario demandato al trattamento dei detenuti all'interno degli istituti di pena». In più in sentenza i giudici richiamano «l'ordine di servizio n. 104 del 26 novembre 2013, adottato dalla direzione della Casa Circondariale di Rebibbia e giustappunto deputato a disciplinare la “corretta somministrazione delle terapie farmacologiche e controlli”. Con tale provvedimento «risulta ribadito il principio, di matrice normativa, che comunque assegna al personale della sicurezza penitenziaria l'obbligo di sorveglianza in ordine all'operato dei sanitari ai fini del corretto svolgimento delle funzioni di competenza, nell'ambito del programma trattamentale di ciascun detenuto. In particolare, con tale ordine di servizio veniva imposto agli Agenti della polizia penitenziaria di vigilare affinché le terapie farmacologiche fossero completamente e correttamente assunte dal detenuto alla presenza dell'operatore sanitario, onde evitare un uso improprio delle stesse e un accumulo di farmaci, in special modo benzodiazepine, largamente in uso nelle terapie personali dei detenuti con problematiche di tossicodipendenza». Per tutti questi motivi il Tribunale ha deciso che il Ministero debba risarcire i vari familiari dimezzando però la somma prevista dalle tabelle in quanto Carlo ha fatto un uso improprio dei farmaci.

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