Intervista a Pietro Pietrini
Valentina Stella Dubbio 14 agosto 2026
Pietro Pietrini, direttore del Molecular Mind Laboratory della Scuola IMT Alti Studi Lucca, da neuroscienziato cosa pensa del cosiddetto ddl “anti-maranza” per cui la capacità di intendere e volere nei minorenni di età superiore ai 14 anni non deve più essere positivamente verificata caso per caso, ma si presume fino a prova contraria?
Il requisito imprescindibile per essere imputabili è possedere la capacità di intendere e di volere, vale a dire, la capacità di comprendere la natura delle proprie azioni e le loro conseguenze e la capacità di potersi adeguatamente determinare. Come noto, se anche solo una delle due capacità è completamente abolita, l’individuo non è imputabile. La questione che qui interessa è stabilire a che età nel corso della vita l’individuo abbia acquisito capacità sufficienti per poter essere considerato responsabile del proprio agire.
Appunto, la capacità di intendere e di volere segue rigide soglie anagrafiche?
Va premesso che queste capacità non sono un “tutto o nulla”, ma hanno un andamento continuo e non sono esclusive dell’essere umano. Il nostro cane, ad esempio, è in grado di spezzare in due un pezzo di legno con un solo morso, ma quando gioca con noi ci mordicchia la mano senza neppure lasciarci un segno. Se fossimo in un’aula di tribunale, potremmo sostenere che il cane ha capacità di intendere e di volere, ma nessuno mai riterrebbe un cane responsabile del proprio comportamento.
Cosa ne deduciamo?
Il nostro comportamento è il frutto del bilanciamento tra istinto, pulsioni e emozioni da una parte e ragione e vaglio critico dall’altra. È questa delicata relazione che governa il nostro agire, dalle scelte più semplici a quelle più complesse. Per comprendere meglio i meccanismi cerebrali che sottendono il governo del nostro agire nelle diverse età della vita, dobbiamo considerare come maturano le diverse strutture cerebrali che regolano la relazione tra istinto e ragione. L’avvento delle metodiche di esplorazione cerebrale, le cosiddette neuroimmagini, a partire dagli anni ’90 dello scorso secolo ci hanno permesso di studiare l’evoluzione della meravigliosa architettura morfologica e funzionale del cervello umano.
Che cosa abbiamo scoperto?
Si è visto così che le strutture della corteccia prefrontale, vale a dire la parte più anteriore del cervello, sono quelle che nel corso dell’evoluzione si sono sviluppate di più nell’essere umano rispetto a tutti gli altri animali, compresi i primati non umani, come gli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi nella scala evolutiva. Molto del nostro cervello, dunque, è corteccia prefrontale. In queste aree cerebrali risiedono i centri che ci permettono di valutare criticamente le nostre azioni e le loro conseguenze, di distinguere ciò che giusto da ciò che è ingiusto, di elaborare un pensiero astratto e di controllare i nostri impulsi. Ebbene, dagli studi condotti con risonanza magnetica ad alta risoluzione seguendo coorti di bambini dai cinque anni di età fino all’età adulta, abbiamo appreso che questa parte del cervello è quella che matura per ultima, tanto da arrivare a completare la propria maturazione nella terza decade di vita, vale a dire ben oltre la soglia dei 18 anni della maggiore età e quindi della piena responsabilità. Tutte le altre strutture del cervello maturano ben prima. In particolare, il cosiddetto “cervello emotivo”, vale a dire quelle strutture corticali e sottocorticali che ci permettono di provare emozioni, gratificazione, ricerca di sensazioni e del piacere, sono pienamente mature già nell’adolescenza. Questo è il punto cruciale.
Cosa ci porta a dire rispetto alle polemiche in atto?
L’adolescente è come un’automobile che ha un motore e un carburatore perfettamente funzionanti, che scatta non appena si sfiora l’acceleratore, ma nella quale il sistema di controllo e i freni, pur presenti, sono ancora da mettere a punto. Il rischio che quest’automobile possa sbandare o persino uscire di strada è elevato. Questo iato di circa un decennio tra maturazione del cervello emotivo e del cervello razionale rende conto del perché il comportamento degli adolescenti ci appaia spesso rischioso, irresponsabile e talvolta insensato. Discutere del significato evolutivo e dell’importanza per la specie di questi comportamenti ad alto rischio ci porterebbe oltre il tema qui di interesse. Il messaggio cardinale è che l’adolescente non possiede ancora le strutture cerebrali necessarie per consentirgli di avere adeguatamente il controllo delle proprie azioni.
In sintesi, quindi?
Le neuroscienze dimostrano che nell’adolescenza non abbiamo ancora un substrato cerebrale sufficientemente maturo per poterci adeguatamente determinare. Questo a prescindere dalla variabilità interindividuale, che vede persone maturare prima o dopo rispetto alla media. Vi è un altro aspetto che è di fondamentale importanza e che dovrebbe richiamare l’attenzione dell’intera società.
Quale?
Il processo di potatura sinaptica che porta il nostro cervello a diventare adulto è il frutto dell’incessante dialogo tra biologia e ambiente, vale a dire tra programmi geneticamente determinati e l’esperienza di vita. Gli studi di genetica comportamentale delle ultime decadi concordano nel dimostrare che esperienze di vita avversa, l’esposizione a violenza fisica o psicologica (ma vi è poi differenza?) fin dall’infanzia hanno un effetto negativo sullo sviluppo proprio di quelle aree frontali che sono deputate al controllo del comportamento. In altre parole, il bambino che viene allevato in un ambiente privo di stimoli positivi ed è esposto a conflitti e privazioni ha un rischio maggiore di diventare violento e antisociale da adulto. Questi sono gli aspetti sui quali sarebbe necessario intervenire.
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