Il linguaggio poliziottesco di Ranucci
Valentina Stella Dubbio 21 agosto 2026
Il linguaggio, si sa, cambia il comportamento perché cambia il modo in cui una persona rappresenta sé stessa e il mondo. Le parole trasformano letteralmente il nostro cervello. «Dimmi come parli e ti dirò chi sei», potremmo semplificare. Tornano in mente vecchi studi universitari pensando ad alcune recenti dichiarazioni di Sigfrido Ranucci. Non tanto per la durezza dei suoi giudizi, quanto per il campo lessicale nel quale sembra muoversi quando racconta i propri avversari e le proprie controversie: quello dell'indagine. Due sere fa, intervenendo a Fiera di Primiero, in Trentino, per la presentazione del libro “Diario di un trapezista” ha dichiarato in merito alla querela contro la magistrata Clementina Forleo: «Non gliela faccio perché ha detto correttamente che ha ripreso notizie fatte dal Foglio e da Sottile, quindi ha tracciato i mandanti, diciamo così. E quindi adesso sposteremo l'attenzione. Loro per scrivere quelle cose sicuramente hanno le prove». Tra parentesi il suo avvocato Roberto De Vita in realtà ha detto che comunque procederanno contro la toga della Corte di Appello di Roma. Ranucci non parla semplicemente di giornalisti che hanno scritto qualcosa che lui ritiene falso o scorretto. Parla appunto di mandanti. Dice che qualcuno, la Forleo in questo caso, ha «tracciato» quei mandanti. Evoca delle prove. E annuncia che «sposteremo l'attenzione». È il vocabolario dell'inchiesta. Non necessariamente quello giudiziaria, ma certamente quello dell'investigatore: c'è una traccia da seguire, qualcuno che sta dietro qualcun altro, una prova da trovare, un'attenzione da orientare. La controversia giornalistica viene così rappresentata attraverso la grammatica dell'indagine. Chiedersi «chi ha scritto quell'articolo?» è una cosa. Domandarsi «chi sono i mandanti?» è un'altra. Nel primo caso abbiamo degli autori. Nel secondo degli esecutori e dei mandanti. Non vengono alla mente gerarchie occulte, una regia, un disegno? Non è un episodio isolato comunque. Il 30 maggio di quest’anno poi dalla sua pagina Facebook, il conduttore di Report ha attaccato un pezzo pubblicato sul Foglio che smontava una sua puntata: «In un memorabile articolo killer, Ermes Antonucci, noto alle cronache, parla di fuffa nell'inchiesta sulla truffa dei diamanti venduti dalle Banche agli ignari risparmiatori, a prezzi gonfiati, denunciata da Report….». Con questa terminologia, un articolo non è semplicemente definito critico, polemico, fazioso o infondato: è killer per Ranucci. È un articolo che colpisce, che mira, che crea un bersaglio. Sé stesso molto probabilmente. «Noto alle cronache», inoltre, non rimanda solo ad un personaggio “chiacchierato” ma anche al gergo della polizia: «noto alle forze dell’ordine» è espressione comune delle guardie, infatti. E allora ci si chiede: si è voluto screditare l’articolo di Antonucci, gettando ombre sinistre sulla sua persona? Si è usato «killer» per trasformarsi in vittima? Mandanti, prove, tracce, killer: sono parole diverse, pronunciate in circostanze diverse, ma appartengono a uno stesso campo semantico, quello del conflitto investigativo, della ricerca del responsabile, dell'individuazione di una regia nascosta. Un Ranucci più vestito da sbirro che in jeans e camicia, con in mano non un taccuinoe una penna ma un distintivo.
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