Lavitola pentito

 Valentina Stella Dubbio 18 agosto 2026

Da Via Teulada al carcere di Rebibbia, passando per piazzale Clodio: c’è solo il Tevere a dividere i luoghi dove direttamente e non si deciderà il destino di Sigfrido Ranucci alla guida di Report e di coloro che avrebbero confezionato un ‘attentato’ a fin di bene. Il conduttore molto probabilmente sarà risentito a settembre dai magistrati come persona informata sui fatti per chiarire ancora alcuni punti oscuri della vicenda: l’amicizia con Valter Lavitola gli ha impedito forse di dire qualcosa agli inquirenti? A prescindere dalle risposte sembra che ormai sia quasi certo che in Rai si stia lavorando per carcere un suo sostituto. Ma intanto lui ieri da Facebook ha annunciato querele per la pubblicazione degli stipendi dei giornalisti di Report, a detta del conduttore «cifre false»: «La campagna di diffamazione contro i giornalisti e le giornaliste di Report oggi (ieri, ndr) si arricchisce di un nuovo capitolo: i soldi. Stamattina (ieri, ndr) il quotidiano Il Tempo ha pubblicato cifre false e surrettizie spacciandole per stipendi dei giornalisti e delle giornaliste del programma». Sul fronte dell’inchiesta ieri l’altro legale di Lavitola, Arturo Cola, è stato a colloquio per tre ore con il suo assistito nel carcere romano. «Il dottor Lavitola vive una condizione psicologica non facile perché, per una sua scelta autonoma, ha provocato dei guai a due persone che per lui sono come un figlio, Gomes, e un fratello, il dottor Ranucci. È molto affranto, pentito di aver messo nei guai persone a cui tiene» ha riferito il difensore lasciando la prigione.  Come già anticipato al Dubbio dal padre Sergio Cola, ieri anche il figlio Arturo ha spiegato ai cronisti che non c’era alcun accordo preventivo tra Lavitola e Ranucci in merito allo scoppio dell’ordigno: «La scelta dell'attentato è solo sua, una iniziativa solo sua» ha chiarito il legale. Il colloquio ha avuto come obiettivo di preparare l’udienza dinanzi al Tribunale del Riesame che si terrà molto probabilmente la prossima settimana e durante la quale Lavitola farà dichiarazioni spontanee. Il ricorso è stato infatti presentato il 15 agosto.  «Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse ma si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un'interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito» dinanzi al gip nell’interrogatorio di garanzia. «Auspico – ha detto sempre Cola Jr – che venga tradotto in aula e non in videoconferenza, come ho formalmente chiesto. Siamo dell'idea che la sua confessione abbia dato un contributo enorme alle indagini. Immaginate se Lavitola non avesse confessato nulla, quale sarebbe stato il pregiudizio per le indagini che erano ancora fondate su meri indizi». Per Cola «ci sono questioni tecniche di diritto sostanziale che vanno affrontate. In primo luogo la sussistenza del cosiddetto metodo mafioso, che noi riteniamo essere insussistente. Poi ci sono i temi delle esigenze cautelari che attengono al pericolo di recidiva, al pericolo di inquinamento probatorio, al pericolo di fuga. Questi sono i temi che verranno affrontati la memoria, chiaramente agganciandosi al movente». Nel frattempo i difensori dei quattro componenti la banda che ha piazzato l'ordigno fuori la villetta di Ranucci a Pomezia hanno depositato ieri la richiesta di interrogatorio ai pm della Dda di Roma. Si tratterebbe di un primo confronto con i magistrati visto che gli indagati si sono sempre avvalsi della facoltà di non rispondere. La richiesta arriva dopo la confessione di Lavitola durante la quale l'imprenditore ha sostenuto di averli mandati per un’azione dimostrativa con modalità diverse: colpi di pistola verso il muro dell'abitazione non una bomba. Non è escluso che i quattro vogliano fornire chiarimenti sul mandato ricevuto dalla mente dietro al (falso) attentato. Sulla vicenda ieri è intervenuto anche il membro laico del Csm, in quota centrodestra, Felice Giuffrè: «Il silenzio dell’Anm comincia a pesare come un macigno». Ma ieri sera al Tg1 è tornato a prendere la parola, dopo la dichiarazione al Corriere, il Presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, a nome di tutta l’Associazione. Sulla partecipazione di Ranucci all’assemblea del 25 ottobre: «I magistrati presenti all’assemblea dell’ottobre scorso hanno spontaneamente tributato un applauso ad una persona, ad un giornalista, che qualche giorno prima aveva subito un attentato con l’esplosione di una bomba sotto la propria abitazione, un gesto di vicinanza e solidarietà quantomeno dovuto in quel contesto. Così come ricordo i tanti attestati di solidarietà bipartisan di esponenti politici di ogni schieramento, inclusa la Presidente del Consiglio». Sul fatto che Ranucci si sia paragonato ai magistrati uccisi dalla mafia: «Falcone e Borsellino sono figure eccezionali, esempi di grandi uomini e magistrati per certi versi inarrivabili per chiunque. Spesso, anche In questi mesi, in tanti hanno provato a tirarli per la giacchetta, alcuni proprio durante la campagna referendaria. Ed è sempre sbagliato farlo». E sul merito dell’inchiesta ha concluso: «C’è una indagine in corso, molti elementi ancora da chiarire, ci sono magistrati che stanno svolgendo il loro lavoro con grandissima professionalità. Hanno solo bisogno di tempo e serenità e sicuramente le strumentalizzazioni della vicenda non giovano in tal senso».

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