Se vince il No chi vince in Anm?
Valentina Stella Dubbio 11 marzo 2026
«In queste ultime settimane abbiamo deciso di non rispondere mai agli attacchi ricevuti a più riprese da esponenti politici, anche di altissimo profilo» per rispettare «l’appello all'abbassamento dei toni che è stato rivolto a tutte le parti in causa dalla più alta carica dello Stato». Per cui, «anche se il tono e le argomentazioni contro la magistratura italiana sono oramai giunte a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni del nostro Paese, continueremo a mantenere inalterata la nostra linea»: così ieri mattina la Giunta dell’Associazione nazionale magistrati. Nessun accenno all’affaire Bartolozzi per cui «la magistratura è un plotone di esecuzione» ma il riferimento è chiaro. Contemporaneamente si viene a sapere che domenica 15 marzo non ci sarà nessun grande evento a Roma delle toghe guidate da Cesare Parodi, come si era prospettato a gennaio. Al contrario si terrà a Milano nella stessa data una giornata di confronto pubblico con magistrati, giuristi, giornalisti organizzata dai comitati “Giusto dire No”, “Avvocati per il No”, “15 per il No”, “Società civile per il No”. Un evento abbastanza sobrio, dunque. La spiegazione che ci dà qualche toga è: «mica siamo un partito politico che deve fare l’evento di fine campagna?». Giusta considerazione che però arriva al termine di un periodo di oltre un anno durante il quale il “sindacato” delle toghe, (a torto o a ragione dipende dal significato che diamo all’articolo 21 Cost.), si è fatto partito politico di opposizione al Governo, nascondendosi dietro il vessillo dei difensori della Costituzione e formalmente dietro al Comitato. E quindi vien da chiedersi: se vincesse il No, quale anima dell’Anm potrebbe rivendicare il risultato? Di primo acchito verrebbe da dire quella che il professor Giorgio Spangher ha definito «ala massimalista», quella in pratica delle cosiddette “toghe rosse”. Effettivamente ripercorrendo i Comitati direttivi centrali durante i quali in questi mesi si è dibattuto costantemente di come dirigere la campagna, fornendo pure indicazioni al Comitato “Giusto dire No”, appare quasi evidente che i gruppi associativi di AreaDg e Magistratura democratica siano stati quelli che hanno spinto maggiormente l’acceleratore verso una direzione più interventista della campagna referendaria. Sono stati sempre quelli più favorevoli ad investire ingenti somme (ora pare terminate), che alla fine hanno sfiorato il milione di euro, quelli sempre più inclini a scendere in piazza, a volantinare, a manifestare in ogni dove e in ogni modo, quelli a cui è stato chiesto da parte soprattutto di Magistratura Indipendente di evitare di co-organizzare eventi insieme ai partiti. Benché pure all’interno di Mi ci sia del malcontento per uno schiacciamento di molti dei loro sulle posizioni di Area. Comunque, anche dando uno sguardo ai social, i magistrati più engagé sono proprio quelli delle correnti più a sinistra, benché il frotman ufficiale resti il professor avvocato Enrico Grosso. In verità, però, in questa campagna per il No alla riforma Nordio si è assistito a quello che accade nella geometria non euclidea, ossia che due rette parallele si sono alla fine incontrate. Infatti all’ala che potremmo rappresentare come quella più impegnata sul piano politico e sociale all’interno della magistratura, al di là dell’attuale momento riformista, si è unita nella battaglia contro la riscrittura dell’ordinamento giudiziario anche quella più moderata di Unicost e Magistratura Indipendente. Lo hanno fatto lontano dai riflettori mediatici, social e di marce per il No, lo hanno fatto con alcuni distinguo all’interno dei dibattiti pubblici, ma alla fine anche loro hanno remato fortissimamente contro la norma che sarà posta al vaglio degli elettori i prossimi 22 e 23 marzo. Lo hanno fatto nella chat chiuse dei magistrati con interventi durissimi, ma anche apertamente, ad esempio, con uno aspro attacco di Giuseppe Tango, giudice del lavoro ed esponente di spicco di Mi, lo hanno fatto organizzando incontri, spesso nelle parrocchie, e andando in giro a parlare con i cittadini. E non è da sottovalutare, fanno notare alcune toghe, l’intervento dell’8 marzo a “Mi manda Rai 3” di Claudio Galoppi, potente segretario di Mi, che mai si sarebbe esposto se non fosse stato davvero contrario alla riforma o infastidito dalla chiusura dell'Esecutivo su altri temi. Certo le motivazioni possono essere diverse: mentre la magistratura più progressista scende in campo perché ritiene che il magistrato debba intervenire nel dibattito pubblico, l’altra lo farebbe perché attaccata maggiormente al suo prestigio di ordine giudiziario. Insomma chi per passione politica, chi per passione di corpo. In tutto questo, fanno emergere alcuni magistrati, «il vero capolavoro di Nordio e di questo Governo in generale è stato quello di unire queste due anime, di spingere pure la parte più timida dell’Anm ad esporsi». Quindi che si vinca o si perda oneri e onori saranno divisi tra tutte le correnti.
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