Intervista a Valentina Calderone
Angela Stella Unità 4 marzo 2026
Valentina Calderone, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, qualche giorno fa l’associazione Antigone ha reso noto l’VIII Rapporto sulla giustizia minorile dal titolo “Io non ti credo più”. In generale cosa ci dice?
Che il numero di minori rinchiusi continua a crescere e che la crescita è stata spaventosa negli ultimi anni.
Quali sono le cause di questo?
Di certo alcuni decreti, il decreto Caivano su tutti, hanno contribuito a un peggioramento della condizione anche detentiva. Oltre all’arresto in flagranza per spaccio di lieve entità, è stata prevista la diminuzione delle possibilità rispetto alla messa alla prova, e c’è stato un ampliamento delle ipotesi in cui si può finire in carcere in custodia cautelare. In particolare, in base al mio osservatorio romano, i tempi delle fissazioni delle udienze preliminari sono molto più lunghi: indice di un sistema generale dei Tribunali per minori particolarmente in sofferenza. Attribuirei questa crescita quindi a una serie di concause: non sono semplici ovviamente da sciogliere. Una delle evidenze da rilevare è che probabilmente il mondo degli adulti che gira intorno anche a delle fragilità è meno pronto di un tempo ad affrontare questa tipologia di problemi che sono molto complessi.
Un altro tema sollevato nel rapporto è quello relativo all’abuso di sostanze.
Assolutamente, soprattutto di crack. E ad esso si collega il problema della salute mentale. Sono persone che poi hanno una multi-problematicità all'interno degli istituti, sicuramente insorta prima del loro ingresso. Sarebbe necessario intercettare queste realtà prima che sfocino in comportamenti criminali, ma spesso non avviene.
Quindi è un problema non solo di politica giudiziaria, ma anche di debolezza delle reti sociali?
Sicuramente c’è un impoverimento dei tessuti, delle reti sociali, ma spesso anche dei servizi. Lo vedo non solo per i minori ma pure nei giovanissimi che entrano già nel carcere per adulti. Molte famiglie si trovano costrette a denunciare delle situazioni anche di maltrattamenti al loro interno perché ritengono la denuncia del proprio figlio come l'unica soluzione per tentare di uscire da una condizione molto complicata che spesso ha a che fare con le doppie diagnosi, con l’abuso di sostanze, con problemi di salute mentale. La strada privilegiata resta purtroppo quella penale.
Quindi mancano alternative alla detenzione.
Esatto, si fa molto fatica a costruire l'alternativa, si fa molto fatica a ragionare su un'idea anche più collettiva di presa in carico di situazioni di fragilità. Penso all’impoverimento dei servizi per la salute mentale dell'età evolutiva, ma anche alla capacità delle scuole di intercettare e sostenere situazioni difficili. Tutte queste questioni se si sommano diventano una valanga che trascina i minori sul sentiero impervio della risposta penale.
Il rapporto si concentra anche sui minori stranieri non accompagnati, in forte aumento negli istituti penali minorili.
Sicuramente qui paghiamo anche le conseguenze di un altro decreto che è il decreto Cutro. Abbiamo alle spalle anni di forte disinvestimento dal punto di vista dell'accoglienza tanto per gli adulti quanto per i minori. Come si evidenzia nel Rapporto di Antigone infatti il sistema di accoglienza e i fondi del governo sono in progressivo calo: 50 milioni in meno nei prossimi 3 anni.
Così i ragazzi finiscono per strada, nell’ombra, nelle mani della criminalità.
Esatto. Anche rispetto a quelle che una volta erano le accoglienze per le specifiche vulnerabilità, che già erano poche all'epoca, adesso sono ancora meno. Questi ragazzi molto giovani arrivano da soli con l'obiettivo specifico anche di contribuire al sostentamento delle famiglie rimaste nei Paesi di origine. I servizi intorno a questi ragazzi non sono assolutamente sufficienti e quindi è molto facile che si verifichino allontanamenti dalle comunità oppure che i ragazzi, per riuscire a mantenere fede al loro impegno di poter mandare i soldi a casa, entrano in giri criminali. Sono insomma appunto le pedine di un sistema che gli fornisce più protezione e sicurezza di quello che non fa il sistema pubblico di accoglienza. Tutto questo si unisce a vissuti precari, a viaggi che sono stati terribili. Tali traumi, vissuti in un luogo lontano dalle famiglie, conducono spesso nella direzione dell’uso di sostanze e in gruppi criminali che utilizzano i ragazzi sulle piazze di spaccio e in mille altre situazioni. Tutto questo ovviamente crea un aumento dei numeri.
Qual è il problema?
Che noi vediamo questi ragazzini solamente rispetto a quello che compiono. Mi sembra che manchi sulla loro provenienza, sui percorsi intrapresi da quando hanno messo il primo piede nel nostro Paese fino a quando sono entrati per la prima volta in un IPM. E poi pensiamo che il carcere possa essere una occasione per costruire delle relazioni, una prima rete che gli possa servire anche per il ritorno all’esterno, ma spesso tutto questo viene vanificato perché vengono usati come pacchi e spostati da istituto ad istituto per motivi di ordine e sicurezza. Le faccio un esempio.
Prego.
La settimana scorsa, insieme a Stefano Anastasia (garante del Lazio, ndr), sono stata nel carcere di Regina Coeli per il consueto monitoraggio. Abbiamo incontrato un ragazzino che conoscevo benissimo, perché lo avevo visto molte volte negli ultimi mesi a Casal del Marmo: è stato trasferito nel carcere per adulti a un mese dal fine pena, 18 anni compiuti a dicembre. Questo è il frutto del decreto Caivano che ha consentito questi trasferimenti che prima potevano essere disposti solo al compimento dei 21 anni.
Leggendo anche dichiarazioni di membri di Governo si nota una demonizzazione dello straniero. Viene in Italia a rubare lavoro e a delinquere. Quindi non facciamocene carico e rimandiamoli indietro o chiudiamoli in carcere.
Tutto questo è sicuramente nel solco delle politiche sulle migrazioni degli ultimi anni. Se noi a questi ragazzini che arrivano qui non diamo nessuna prospettiva e nessuna opportunità è chiaro che trovano una alternativa criminale. Dopodiché è molto comodo vederli sbagliare, puntare il dito contro di loro e deresponsabilizzarsi rispetto all’obbligo di cura e protezione.
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