Intervista a Gialuz
Valentina Stella Dubbio 9 marzo 2026
Professore Avvocato Mitja Gialuz, rdinario di Diritto processuale penale
Università degli Studi di Genova, partiamo dall’attualità e ovviamente dalla riforma costituzionale della separazione delle carriere. Può spiegare perché, come si ripete spesso dal fronte del no, essa comporterebbe squilibri all’interno della Costituzione, anzi sarebbe addirittura un attacco ad essa?
Dopo che il Guardasigilli fascista Dino Grandi aveva escluso “che la Giurisdizione costituisca un potere autonomo dello Stato, dovendo anch’essa informare la sua attività alle direttive generali segnate dal governo”, la Costituzione ha affidato al CSM il compito di garantire l’autonomia della magistratura e l’indipendenza di ogni singolo magistrato. La riforma proposta da Carlo Nordio va nella direzione opposta: disgrega il CSM, lo frammenta, gli sottrae la funzione disciplinare e lo indebolisce con il sorteggio. Il risultato è un arretramento dell’indipendenza dei magistrati e, con essa, della capacità dei giuristi e degli avvocati di rendere effettivi i diritti dei cittadini.
La riscrittura dell’ordinamento giudiziario è stata approvata dal Parlamento rispettando il 138 Cost. Formalmente tutto corretto o no?
Non vi sono vizi formali, ma una rottura della prassi che ha sempre riconosciuto la centralità del Parlamento nella revisione della Costituzione. Piero Calamandrei disse che «quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del Governo dovranno essere vuoti; estraneo deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto». Questo monito è stato rispettato nella stagione costituente e in tutte le successive revisioni. È stato invece disatteso dalla riforma voluta da Giorgia Meloni: una modifica di matrice governativa, approvata dalla sola maggioranza e senza emendamenti. Una prova di forza che ha aperto una frattura nel paese; una spaccatura che non deriva dai toni della campagna elettorale, ma dalla genesi muscolare della riforma.
Secondo il professor Giovanni Guzzetta, nell’Assemblea che scrisse la nostra Legge fondamentale «si optò per una procedura di modifica non particolarmente rigida perché c’era assai più fiducia negli elettori di quanta non ne abbia chi oggi si oppone alla separazione delle carriere». Condivide?
La scelta della maggioranza assoluta fatta dal costituente va storicizzata. In un sistema proporzionale e frammentato aveva un significato molto diverso da quello che ha assunto negli ultimi decenni. Come ha osservato Nicola Lupo, con l’affermazione di leggi elettorali miste, quella soglia è diventata di fatto disponibile per i governi e le loro maggioranze.
La norma porta la firma non solo di Nordio ma anche quella della premier Meloni che nasce nel Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI, di certo non antifascista. Anche solo simbolicamente c’è qualcosa di stonato?
Non è un problema di simboli, ma di matrici culturali. Non a caso, il sorteggio non c’era nella proposta delle Camere Penali. Ha origine in una proposta di Giorgio Almirante del 1971, ove si spiegava l’obiettivo: i giudici dovevano limitarsi ad «applicare la volontà del legislatore». Non dovevano permettersi di applicare la Costituzione e di attuarla, anche grazie alle sollecitazioni degli avvocati. Mi pare siamo ancora lì: lo ha detto la premier che la magistratura deve collaborare all’attuazione della volontà di chi vince le elezioni. E la riforma va in questa direzione, tanto che di liberale ha solo la narrazione di Nordio.
Il titolo Iv della Costituzione rappresenta un nucleo intoccabile della Carta?
Assolutamente no. Nessuna parte della Costituzione è, in quanto tale, intoccabile. Lo dimostra la riforma epocale del 1999, che ha introdotto nell’art. 111 i principi del giusto processo. Non vi è dubbio che anche le norme sull’ordinamento giurisdizionale possono essere cambiate e sono convinto che una eventuale vittoria del NO non segnerebbe affatto la fine delle riforme sulla magistratura e sulla giustizia: il punto è fare riforme per migliorare la giustizia, non per rafforzare il governo.
La Carta costituzionale deve restare insensibile al mutare dei rapporti politici e della coscienza sociale o, detto altrimenti, qual è il limite al suo mutamento?
La Costituzione deve potersi adattare ai cambiamenti della società. Questo avviene sia attraverso le revisioni del testo, sia tramite l’interpretazione evolutiva. Basti pensare all’adesione dell’Italia all’Unione europea, realizzata – diversamente da quanto accaduto in altri paesi – senza la necessità di modificare la Carta.
Una obiezione che muove spesso ad esempio Giovanni Maria Flick è la seguente: prima di modificare la Costituzione facciamo prima rispettare quella esistente. Non possono invece convivere entrambe le istanze?
Mi pare un’affermazione di buon senso. La Costituzione va attuata e, se del caso, modificata, con un confronto trasparente in Parlamento, capace di alimentare un sano dibattito nella sfera pubblica. Non con forzature di parte, come quella in atto, che rischia di scaricare sulla Corte costituzionale le tensioni non sopite.
Che bilancio può fare rispetto al tentativo di forzare la Costituzione con leggi ordinarie?
Un attentato sempre più frequente agli equilibri costituzionali è l’abuso della decretazione d’urgenza. L’ultimo decreto sicurezza ne è un esempio emblematico: un provvedimento adottato in assenza dei requisiti di necessità e urgenza e contenente misure – quali il fermo preventivo per accertamenti di polizia e le operazioni sotto copertura nelle carceri – che appaiono in palese contrasto con i principi costituzionali. L’auspicio è che il Parlamento faccia la sua parte in sede di conversione.
Oggi gli organi di garanzia sono in pericolo in Italia e nel resto del mondo?
L’attacco alle corti e ai giudici è ormai evidente: lo vediamo in diversi paesi europei, ma anche in Israele e negli Stati Uniti. Eppure, come ha scritto Marta Cartabia, “l’indipendenza dei giudici è il cuore dello stato di diritto sin dall’epoca liberale”: è l’unico vero antidoto al rischio della tirannia della maggioranza che oggi minaccia le democrazie occidentali.
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