Meloni di lotta e di Governo

 Valentina Stella Dubbio 10 marzo 2026

Meloni di lotta e di governo, propagandistica ed istituzionale, allo stesso tempo severissima contro i giudici “invadenti” negli affari di governo ma favorevole a liberare la magistratura dal controllo politico. Due volti, uno duro e l’altro rassicurante, due registri, da leader del partito di Fratelli d’Italia e da presidente del Consiglio.  La premier, nonostante la crisi internazionale predomini la scena politica nazionale ed internazionale, preme sempre di più l’acceleratore sulla giustizia, ma con due livelli diversi di comunicazione, a seconda del destinatario. Da ultimo ieri, con un video di quasi quattordici minuti postato sui suoi social in cui ha deciso definitivamente di mettere la faccia sul referendum costituzionale sulla separazione delle carriere. Lo ha fatto a quindici giorni esatti dal voto: una scelta quasi necessitata dinanzi a un esito che la maggioranza pensava di avere in tasca e che adesso appare davvero in bilico. Per la premier «questa è una riforma molto importante, se vogliamo modernizzare l'Italia, ed è importante per tutti gli italiani. E li riguarda tutti, più di quanto pensino». Poi si è addentrata in tutte le parti della norma – separazione, doppio Csm, sorteggio, Alta Corte – e le ha dettagliate con fare professorale, facendosi aiutare anche dalla grafica. Meloni ha contestato poi con intensità la critica di chi sostiene che la riscrittura dell’ordinamento della magistratura avrebbe lo scopo di voler indebolire il potere giudiziario. Nessuna sottomissione, sostiene, delle toghe alla politica. «Qui siamo quasi alla fantascienza. Questa è una menzogna, perché la riforma fa l'esatto contrario ed è stata fatta anche per liberare i magistrati dal controllo della politica. È nell'attuale sistema – ha aggiunto – che i giudici sono spesso costretti a rispondere a una logica politica, atteso che le loro carriere sono decise da persone scelte da partiti in Parlamento o da correnti ideologizzate interna alla magistratura». Però poi, non si è trattenuta dal dire che col nuovo sistema il magistrato «dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo» e «molto più difficilmente potrà fare carriera» «rimettendo in libertà persone pericolose per scelta ideologica». Un passaggio molto significativo di pochi secondi che ci traghetta però nell’altra Meloni, quella che si urta quando una sentenza le è sgradita. Se ieri i toni sono stati infatti pacati, negli ultimi giorni le esternazioni contro la magistratura sono state molto più aspre. Domenica sera a Rete 4 si è scagliata contro «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell'immigrazione», ha parlato di «meccanismo inceppato» da «moltissimi casi» in cui giudici frenerebbero l'applicazione delle leggi volute dall'Esecutivo. L'ultimo, quello di «un altro immigrato stupratore di minore, un pedofilo», per il quale le toghe «non hanno convalidato il trattenimento in Albania». Per questo aveva chiesto provocatoriamente: «Ora dove sono le femministe?». Messaggio rilanciato tre giorni fa in post di Fratelli d'Italia col volto della Meloni, poi rimosso, considerato quindi aggressivo e controproducente, anche dopo le polemiche del Partito democratico. E poi il caso della ‘famiglia nel bosco’, per cui la premier ha scritto che «i figli non sono dello Stato» e che «la magistratura che pretende di sostituirsi ai genitori ha dimenticato i suoi limiti» e altro che sentenze, è «un’assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico». Abbiamo dinanzi una Meloni come moderno Giano Bifronte? Sicuramente da un lato le sue contraddizioni tra testo e contesto potrebbero destabilizzare un elettore attento che vuole seriamente informarsi, ma dall’altro lato è pur vero che siamo dinanzi ad un referendum confermativo, pertanto privo del vincolo del raggiungimento del quorum. Vince chi porta più persone a votare. Quindi la Meloni ha bisogno di mobilitare varie fasce di elettorato considerato che già il bacino di centro sinistra è ampiamente ingaggiato per andare alle urne. La premier con il video istituzionale di ieri ha parlato ai cittadini più moderati del centro destra ma anche agli indecisi del centro sinistra quando ha affermato che «questa riforma non è né di destra né di sinistra, è una riforma di puro buon senso. I governi passano, le polemiche passano ma le regole restano». Allo stesso tempo, la leader di partito deve smuovere la pancia dell’altra fetta di elettorato, quella ostile alle cosiddette ‘toghe rosse’ pro diritti dei migranti e che scarcerano, quella sensibile alla retorica contro «i giudici che sequestrano i bambini» come disse Salvini, quella a cui non piace l’ingerenza dello Stato in quelle ritenute, forse erroneamente, solo faccende di casa nostra: oggi contro chi vuole dividere i figli da Catherine Birmingham e Nathan Trevallion a Palmoli, nel 2020 strizzando l’occhio ai Novax contro chi voleva imporre i vaccini per frenare l’avanzata del Covid.

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