L'appello dei Facciamo presto: basta votare amici al Csm
Valentina Stella Dubbio 17 settembre 2026
«Riteniamo utile promuovere un voto che tenga conto soprattutto delle proposte e della capacità dei candidati di rispondere alle difficoltà della giurisdizione, senza affidarsi unicamente alle appartenenze o ai rapporti personali. Dobbiamo essere consapevoli che i disservizi degli uffici giudiziari non colpiscono solo magistrati e personale, ma danneggiano direttamente avvocati e cittadini, alimentando una forma degenere di populismo giudiziario»: a parlare è Francesco Maria Vicino, sostituto procuratore a Nola e tra i promotori del manifesto «Facciamo presto!», realtà associativa nata fuori dalle correnti ma lo stesso in grado di animare il dibattito nell’Anm. Il gruppo ha stilato un documento che contiene una proposta di lavoro rivolta ai candidati al Csm e ai gruppi associativi che ritengano necessario riportare il governo autonomo sui problemi concreti della giurisdizione, superando la logica clientelare e correntizia per cui si vota un candidato al Csm solo perché è amico di qualcuno o appartenente ad una determinata corrente. Il documento muove dall’analisi empirica del funzionamento degli uffici e indica, per ciascun problema, responsabilità istituzionali e rimedi praticabili, per una giustizia più tempestiva ed efficace. «Queste linee programmatiche pongono al centro l’efficienza e l’efficacia del sistema giudiziario. Lo abbiamo trasmesso a tutti i candidati al Csm per portare il confronto elettorale sul merito delle questioni, facendo emergere le posizioni che ciascuno intende sostenere, superando le mere dichiarazioni di principio» ha aggiunto Massimo De Filippo, pm a Busto Arstizio, pure lui tra i protagonisti dei «Facciamo presto!». Già nel 2022, questo gruppo di toghe sottopose ai candidati un questionario in vista del rinnovo del plenum ma adesso ha elaborato qualcosa di più strutturato. Impegnatisi molto per la vittoria del No ora vogliono risposte chiare da chi siederà al Csm nei prossimi quattro anni. «Una delle criticità più avvertite, e più spesso utilizzate nel dibattito pubblico contro la magistratura, riguarda la durata dei processi e l’inefficienza del sistema giudiziario. Questo tema non può essere eluso né affrontato con risposte generiche: occorre analizzarlo con metodo, sulla base di dati verificabili e con piena consapevolezza dei diversi livelli di responsabilità» si legge nel loro documento. E allora un elenco di quattordici punti che «traducono in proposte concrete i principi, le esperienze e le istanze maturate nel confronto quotidiano con la realtà degli uffici giudiziari» e sui quali chiedono un confronto ai candidati. Un punto interessante è quello del Csm come casa di vetro: «La trasparenza non coincide con la mera pubblicazione. Una decisione pubblicata ma difficilmente rintracciabile, non classificata, non sintetizzata e non collegata agli orientamenti precedenti resta una decisione poco accessibile. Il Csm deve rendere più semplice conoscere ciò che decide, perché lo decide e quali effetti producono le sue decisioni». Poi, sulla dirigenza giudiziaria, si specifica che essa «è una funzione di servizio», «non costituisce una carriera separata dalla giurisdizione e non attribuisce al dirigente un potere gerarchico sull’esercizio della funzione giudiziaria». Per questo si chiede di rafforzare, ad esempio, «la motivazione delle nomine con schede comparative chiare, che esplicitino le fonti conoscitive, i criteri applicati e le ragioni della scelta». E ancora evitare di trasformare il Procuratore nel capo dell’ufficio che non risponde a nessuno: rendere «effettiva la partecipazione dei magistrati alla formazione del progetto organizzativo», valorizzare «il contributo dei magistrati dell’ufficio nella valutazione delle capacità organizzative dei magistrati titolari di incarichi direttivi e semidirettivi», assicurare «la tracciabilità e la motivazione scritta degli atti di gestione dei procedimenti». Per quanto concerne le valutazioni di professionalità, essa non può ridursi «a una semplice misurazione quantitativa dell’attività svolta» ma deve altresì «rappresentare il lavoro reale del magistrato, la complessità degli affari, le risorse disponibili e la qualità della risposta giudiziaria». In pratica, concludono Vicino e De Filippo, «autonomia e indipendenza non sono privilegi dei magistrati, sono garanzie dei cittadini. Una giustizia che non funziona, che non è sostenibile, che non è trasparente, indebolisce la fiducia delle persone e mina la tutela dei diritti. Ecco perché il nostro documento parla anche ai cittadini perché mette al centro la qualità della risposta giudiziaria».
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