Indipendenti, ma da chi? Nella corsa per il Csm è guerra di “etichette”
Valentina Stella Dubbio 16 settembre 2026
Il candidato correntista può essere indipendente dalla corrente? E così il candidato indipendente può essere allo stesso tempo un ingranaggio del “Sistema”? Grattacapi di fine estate da Settimana Enigmistica? No: si tratta invece del nuovo fronte del dibattito interno alla magistratura, massimamente impegnata per le elezioni del Csm del 25 e 26 ottobre. Ad accendere il faro sulla questione apparentemente terminologica, era stata la giudice paladina del Sì alla riforma targata Nordio e Meloni Carmen Giuffrida a fine luglio proprio su queste pagine: «In questa tornata elettorale per il rinnovo del Csm si registra il boom di candidature “indipendenti”. Ma basta leggere alcuni dei loro curricula per chiedersi: “indipendenti” da cosa o da chi? Senza contare che quasi tutti loro, non solo hanno votato No, in tal modo ratificando lo strapotere correntizio, ma ci tengono pure a rivendicarlo pubblicamente». La convinzione sottesa alle parole della magistrata è forse che chiunque abbia bocciato la riforma costituzionale non possa autodichiararsi estraneo alle degenerazioni prodotte dalle correnti. Ad ampliare il tema, qualche giorno fa, ci ha pensato, dalla barricata opposta, Monica Amirante, candidata di Magistratura democratica nel collegio giudicante 3: «L’indipendenza non può essere rivendicata solo da quelli che si sono candidati in modo autonomo senza l’investitura e la sollecitazione di un gruppo di colleghi. L’indipendenza si vede nel momento in cui dopo il confronto ragionato e serrato con i diversi interlocutori si ha la certezza che “non si prendono ordini” e ci si assume la propria responsabilità». Secondo Amirante l’indipendenza si misura dalla propria storia personale e dalla capacità di prendere, una volta seduti al tavolo del plenum di Palazzo Bachelet, decisioni autonome e non calate dall’alto o imposte dal gruppo associativo di appartenenza. La questione è certamente complessa. Non esisterebbe infatti l’equivalenza per cui se concorri per un posto a Palazzo Bachelet spinto da una corrente automaticamente non risponderai «esclusivamente alla legge e alla propria coscienza» (citazione Andrea Mirenda) ma obbedirai solo ai diktat di scuderia. Dall’altra parte cadrebbe la medesima equivalenza per cui se fai campagna in solitaria, una volta eletto, agirai unicamente secondo principi personali e normativi. In teoria, nel migliore dei mondi possibili, vestiti i panni da consigliere togato o laico del plenum dell’organo di governo autonomo della magistratura, tutti i membri dovrebbero essere ed apparire indipendenti. Invece in questi ultimi decenni la maggior parte di loro si è mostrata ideologicamente aderente allo stesso progetto correntizio o politico di chi li ha designati. Da qui era nata per il governo l’idea e la necessità del sorteggio, puro e temperato. Ma adesso, paradossalmente, proprio dagli sponsor del lancio dei dadi stanno arrivando critiche ad esempio all’iniziativa di Altra Proposta, che ha selezionato i candidati sorteggiandoli dinanzi ad un notaio. Il sorteggio, osservano alcuni separatisti delle carriere, non è di per sé una garanzia: tra i candidati c’è ad esempio anche chi, come Francesco Lupia, si è esposto pubblicamente per il No, come ricordato qualche settimana fa su questo giornale. Così come non convince del tutto la rete di Autogoverno diffuso, nata da esperienze territoriali e dall’attività consiliare di Roberto Fontana. Guai a chiamarli corrente anche se poi fanno l’apparentamento con Md. Allo stesso modo sorgono perplessità sull’operazione portata avanti dai fuoriusciti da Magistratura indipendente. Cosimo Ferri, ad esempio, non ha espresso candidati nel collegio dei pubblici ministeri. Questo significa per gli osservatori attenti che i magistrati a lui vicini potrebbero finire per convergere proprio sui pm ufficiali di Magistratura indipendente. Quindi alla fine si scambieranno i voti e saranno tutti compatti in Csm. Alla faccia dell’indipendenza. In definitiva, il concetto stesso di “indipendenza” rischia di rivelarsi un puro flatus vocis, una scatola vuota che rischia di nascondere un'equivoca sovrapposizione: l'indipendenza formale non garantisce la libertà di pensiero, così come la libertà di pensiero non richiede necessariamente l'isolamento o la mancanza di un'appartenenza. L'indipendenza non si misura dall'etichetta elettorale o dalle modalità di candidatura (sia essa associativa, in solitaria o persino sorteggiata), ma dalla prova dei fatti nel momento in cui si assumono le decisioni al plenum. Insomma chi è più indipendente scagli la prima pietra!
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