Meloni usa i giudici per fare campagna sulla sicurezza
Valentina Stella Dubbio 10 settembre 2026
Nel giro di otto giorni la premier Giorgia Meloni ha lanciato dai suoi social due attacchi alla magistratura. Il primo contro la gip di Torino che ha messo in libertà un uomo accusato di aver palpeggiato i seni di una minorenne: «Noi non possiamo fare niente, se non inviare gli ispettori del Ministero». In realtà da quanto appresso al momento da via Arenula avrebbero solo acquisito il fascicolo senza mettersi letteralmente in moto. Il secondo, due giorni fa, contro un altro gip romano che non ha trattenuto in carcere un uomo che aveva aggredito due agenti di polizia: quanto accaduto «non è soltanto difficile da comprendere. È francamente inaccettabile, perché indebolisce la credibilità dello Stato nel suo complesso» ha scritto la presidente del Consiglio su Facebook. Sembra di risentire le parole che pronunciò nella conferenza stampa di inizio anno quando disse: «Se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione, lo deve fare il governo, le forze della polizia, e lo dovrebbe fare la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza». Quella dichiarazione, quel 9 gennaio e nei giorni seguenti, scatenò accese polemiche. Eravamo quasi nel pieno della campagna referendaria per la separazione delle carriere e i desiderata della premier vennero letti dal fronte del No come la volontà di sottomettere le toghe alla politica, allinearle all’Esecutivo. Quella formula, al pari dell’intera comunicazione del centro destra, non ha funzionato pienamente come abbiamo visto dall’esito del voto del 22 e 23 marzo. A scricchiolare erano stati proprio gli elettori sostenitori del Governo. Forse, tra l’altro, perché proprio nel centrodestra, più a destra che al centro, esiste uno zoccolo duro che rifugge quel certo ribellismo anarcoide insofferente verso l’autorità: la magistratura rappresenta lo Stato e in tale veste non va toccata. E in questo hanno giocato un ruolo fondamentale i magistrati antimafia che si sono spesi per far fallire il progetto ‘separatista’ del Ministro Carlo Nordio. Un atteggiamento, quello di certi elettori che hanno ‘tradito’, diverso da quello, ad esempio, assunto dalla Lega, ai tempi della guerra tra il pm Guido Papalia e via Bellerio, messa sotto accusa per reati gravissimi. Ne nacque un feroce braccio di ferro tra il magistrato e tutti i lumbard. Comunque ieri il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, ha sottolineato come «non è una novità, non è la prima volta e non sarà l'ultima» che la Premier Meloni attacca i magistrati. «Sono le regole dello Stato di diritto: la magistratura deve essere criticata quando emette provvedimenti magari poco comprensibili, però deve essere rispettata perché è un potere autonomo». E questo dell’autonomia ed indipendenza della magistratura sarà sicuramente un tema affrontato dalla relazione del presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, in apertura del Comitato direttivo centrale di sabato prossimo in Cassazione. Se infatti il ‘sindacato’ delle toghe aveva criticato l’iniziativa degli ispettori a Torino, sul post della Meloni di due giorni fa ha taciuto ma la questione non verrà messa sotto il tappeto dalla magistratura associata. E chissà che non si apra un altro fronte di aspro scontro. Tutto chiaro. Ma adesso la domanda che ci si pone è: se quel vocabolario della premier contro quella che è stata considerata dalla maggioranza una avanguardia eversiva della magistratura con la toga rossa non ha funzionato mesi fa, adesso avrà esiti diversi? Sarà vincente? Questione di prospettiva che potrebbe cambiare il risultato: allora la questione sicurezza serviva per attaccare le toghe, adesso le toghe rappresentano molto probabilmente un espediente per fare campagna sulla sicurezza. Nei pensieri della premier quasi sicuramente non ci sono tanto i giudici, che comunque restano nella categoria dei “nemici” da abbattere almeno sul fronte della credibilità, considerato pure che per quanto possa polemizzare contro di loro non possiede alcun margine di manovra per «ricondurli» come disse il suo fedelissimo sottosegretario Alfredo Mantovano prima di fine marzo. La premier ora ha un pallino: non perdere terreno sul campo della sicurezza. Non a caso poco prima della pausa estiva in Consiglio dei Ministri è stato varato un ennesimo pacchetto sicurezza contro la violenza giovanile e sulla mala movida. Una chiara misura politica della premier Giorgia Meloni e del suo Esecutivo per sfilare la narrazione sull’ordine e sulla fermezza al generale in pensione Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. E sempre a Bari qualche giorno fa, per festeggiare la longevità del suo Governo, ha puntato l’accento sulla sicurezza «perché da noi ci si aspetta di più», ha detto, come già fatto in passato, quasi bacchettando il Ministro Matteo Piantedosi. Dunque attendiamoci altri post anti giudici ma solo “per sicurezza”.
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